L’ossidabilità della memoria: Roberto Fanari alla White Noise di Roma

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Dal 23 gennaio al 27 febbraio 2016 la White Noise Gallery della Capitale ospita la prima mostra romana dell’emergente artista Roberto Fanari, classe 1984, vincitore del prestigioso Talent Prize di InsideArt nel 2014. La mostra, a cura di Eleonora Aloise e Carlo Maria Lolli Ghetti, prende il nome dal materiale che domina la produzione di Roberto Fanari: Ferro, perfetta metafora dello scheletro per la civiltà contemporanea.
Disegnando nello spazio forme che ricordano i poligoni della grafica digitale, Fanari riesce ad elevare la banale bruttezza dei fili di ferro a qualcosa che va oltre le pure forme: la sua è una riflessione sul non finito, sulla caducità della vita.

Bambina con ombrelloCome ha spiegato bene l’artista all’inaugurazione della mostra, avvenuta il 23 gennaio, egli costruisce la struttura, poi, quando questa è anatomicamente formata, interviene con del filo sottile per donare luce e ombre, per fare emergere lentamente i dettagli, prima gli occhi, poi le labbra, poi il naso. Un lavoro difficile dunque, di precisione, in cui ogni parte esiste solo in relazione alle altre, un po’ come le stesse molecole che formano il metallo.

I soggetti preferiti dell’artista cagliaritano sono i bambini, gli animali in posa, i trofei di caccia e gli arredamenti vittoriani: elementi, questi, presi dalla quotidianità che, tuttavia, spogliati di qualsiasi esteriorità, rimangono nudi, con le loro anime in ferro, in un’atmosfera quasi irreale, creata dal gioco di ombre e chiaroscuri. Eccezionale è l’equilibrio tra pieni e vuoti, bianco e nero; la linea de-finisce dando forma al volume, ma è paradossalmente il vuoto, l’eterno non finito, a colpire lo spettatore.

Sicuramente il gioiellino della mostra è costituito dal gruppo formato da tre piccoli scolaretti seduti su panche pericolosamente fragili, ritti con la schiena, attenti, immobili come fantasmi.  L’Appello, questo è il nome dell’opera, è un’inquietante e malinconica analisi delle ansie e dei tormenti, una fenomenologia dell’attesa che si concretizza in soggetti che, per definizione, sono in continuo movimento.
Al contrario del Cane da guardia, che se pur immobile nella sua posa da cane obbediente, ha dentro di sé un intricatissimo groviglio di fili di ferro, proprio come fibre nervose percosse da stimoli elettrici.

cane da guardiaScendendo dalle scale, nello spazio della project room, la galleria presenta ulteriori opere dell’artista nate dall’incontro fra scultura e disegni di grandi dimensioni. L’artista è stato invitato, all’interno di questa sorta di fucina di Vulcano che è la project room (e non a caso le pareti sono dipinte di nero), a mettersi in gioco e a sperimentare tecniche nuove. Alla durezza del metallo si contrappone, adesso, la fragilità della carta, e al freddo grigio del ferro il candore e la brillantezza delle ceramiche sintetiche.

Il ferro, dunque, protagonista indiscusso della mostra, è un materiale per sua natura estremamente malleabile e che si presta ai più disparati usi: già prima di Cristo, i Sumeri e gli Ittiti lo usavano recuperandolo da meteoriti, da lì la parola siderurgico, da sider, stella appunto. Eppure, a contatto con l’aria e con l’acqua è facilmente ossidabile: la ruggine può corroderlo, fargli cambiare colore, sgretolarlo.
Allo stesso modo fragile di fronte alle intemperie della vita, eppure in apparenza così resistente, è la nostra memoria, non essendo di acciaio inox, infatti, è soggetta alla ruggine. Per citare le parole del famoso psicologo e scrittore Lorenzo Licalzi:

L’Alzheimer non fa sconti, ti mette a nudo l’anima, e spogliandoti di tutto sveste anche il cuore.

Una nudità, questa della malattia, che ricorda le presenze inconsistenti di Fanari. Si sa, una volta realizzata, l’opera non appartiene più all’artista, vive, al contrario, nella coscienza del suo fruitore.

Elena Li Causi per MIfacciodiCultura

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