Il teatro è ancora vivo?

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Qualche giorno fa Roberto Herlitzka ha ricevuto il premio Pirandello alla carriera e ha dichiarato:

Il teatro italiano non è molto aiutato ma è sempre vivo.

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Elio De Capitani

È il giudizio di un attore nel pieno della sua maturità, quindi di qualcuno che il teatro lo ha vissuto e ancora lo vive.
In effetti, questa dichiarazione introduce un tema che è spesso dibattuto: il teatro è ancora vivo? Di conseguenza di sollevano molti atri quesiti: il teatro ha regione di esistere nel XXI secolo? Qual è la sua funzione?

Le risposte che possiamo dare a queste domande rispecchiano la nostra concezione del teatro. C’è chi va a teatro per divertirsi e sceglie in prevalenza commedie, c’è chi preferisce la lirica, o il balletto, o il teatro engagé. Tutte queste modalità di fruizione sono valide, non c’è una modalità giusta o una sbagliata dell’andare a teatro.

Vediamo cosa dice a tal proposito Elio De Capitani, attore e regista della compagnia dell’Elfo, teatro innovativo della scena milanese:

Il teatro non è un’opera d’arte chiusa, è assolutamente aperta. Il teatro nasce davanti al pubblico, fa la nascita di sé ogni sera e quindi come va questa nascita dipende molto dal pubblico. Il pubblico non può determinare in maniera compiuta un cambiamento di significato dal punto di vista della struttura testuale del lavoro, ma il modo in cui lo accoglie cambia la circolazione di energia sociale che lo spettacolo produce. Quando si parla di energia sociale in circolazione o, meglio ancora, di energia sociale nei testi, non si può non riferirsi al teatro. A teatro l’energia sociale non è in circolazione soltanto dal testo, o nel testo, verso la platea, ma anche dalla platea verso il palcoscenico e così facendo, cambia segno, cambia importanza, si amplifica o si riduce in parte e modifica lo spettacolo alle porte di chi lo accoglie.

L’attenzione qui è tutta sul pubblico, sulla sua ricezione del lavoro dell’artista: il teatro è un’opera aperta, perciò ogni volta il senso della rappresentazione viene ricreato nell’intimità della sala, nel rapporto che si instaura tra gli attori e i presenti. E proprio qui sta il bello, perché ognuno è libero di recepire una pièce come vuole e come può: ci sono infatti rappresentazioni stratificate che presentano più livello di messaggio, e il pubblico andrà tanto in profondità quanto potrà.

Paolo Grassi, fondatore con Strehler del Piccolo Teatro di Milano, il primo teatro stabile di prosa a gestione comunale, parlava così della funzione sociale del teatro:

Il teatro per la sua intrinseca sostanza è fra le arti la più idonea a parlare direttamente al cuore e alla sensibilità della collettività. Noi vorremmo che autorità e giunte comunali si formassero questa precisa coscienza del teatro considerandolo come una necessità collettiva, come un bisogno dei cittadini, come un pubblico servizio alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco.

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Paolo Grassi

Anche facendo la tara delle sue idee politiche socialiste, rimane il nocciolo centrale del ruolo del teatro. Vedeva il teatro come luogo in cui si stimola il pensiero, ma anche luogo in cui è possibile insegnare la bellezza della vita, dare nuove possibilità a chi vive una vita di grigia routine. Potremmo dire che rispecchia la concezione greca della fruizione del teatro, dove questo era visto come il momento più alto della vita della polis: lo spettatore greco si recava a teatro per imparare precetti religiosi, per riflettere sul mistero dell’esistenza, per rafforzare il senso della comunità civica.

Quindi, il teatro è vivo? Penso proprio che finché ci saranno problemi da affrontare, e ci sarà una comunità che riflette su sé stessa, sul mondo e sul rapporto con altre culture, il teatro godrà di buona salute.

Chiara Buratti per MIfacciodiCultura

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