“Love”, lo scandalo mancato

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«Nel sesso e nel decesso, due cose fondamentali nella vita» diceva Woody Allen rispondendo alla domanda «In che cosa credi?». Lo stesso credo è professato dal regista Gaspar Noè, che con la sua ultima “opera” (ci tengo a mettere in evidenza l’uso meditato delle virgolette) sembra proprio spiegare che gli elementi sopra citati siano fondamentali anche in un film, nonostante lasci però che la componente erotica prevalga nettamente e prepotentemente sulle tematiche della morte.
Ci si aspetterebbe dunque un film di poche parole e di molta “azione” 
(per lo più in posizione orizzontale) ma invece è tutto il contrario. Ma prima di addentraci nel merito, di che cosa parla Love?

0092ecb5-bccd-47db-a4b0-ce0942f17becCome suggerisce il titolo, Love vorrebbe parlare di una struggente storia d’amore. Murphy (Karl Glusman) e Electra (Aomi Muyock) avevano una vita sessuale coinvolgente e appassionata, ma quello che potevano darsi non bastava. La travolgente Electra, aperta (mentalmente e fisicamente) a nuove esperienze, suggerisce un rapporto a tre con un’altra donna, Omi (Klara Kristin), che porterà alla rottura della relazione. Due anni dopo Murphy si ritrova sposato con quella stessa ragazza che causò la fine dell’amore con Electra, e padre di un bambino. Ma un giorno la madre di Electra (Isabelle Nicouf) chiama Murphy per comunicargli che la figlia, in crisi depressive e incline ad atti autolesionisti, è sparita da due mesi. La notizia apre ad inquietate e nostalgiche elucubrazioni del protagonista, che, come in un melodramma, non si da pace all’idea che la sua amata possa aver compiuto l’insano gesto a causa sua. Ma di insano, nel film, ci sono solo i lenti e trascinati soliloqui del protagonista, ripetitivi e posticci, senza alcun senso narrativo.

Le scene di sesso sono, se possibile, ancor più noiose dei dialoghi, che invece possono concorrere con le frasette nei baci perugina. La costruzione piatta e monotonale dei personaggi è di una ingenuità disarmante e le trovate scandalose o sensazionalistiche dell’eiaculazione tutta da “gustare” in 3D, sembrano una disperata richiesta di attenzione come può essere quella di un bambino di 5 anni.

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Vita di Adele

Si potrebbe fare una lunga lista di elementi a supporto della tesi dimostrante l’inutilità del film (o almeno non in circuiti come quelli di Cannes) ma sarebbe mio personale divertissement fine a se stesso. Il punto non è quello. Il punto è che esiste, e se esiste pur dovrà pur esserci ragione.

Sull’onda di Nymphomaniac sono nati vari film sullo stesso filone, ma direi che questo non vi rientra. Love pare quasi che abbia preso spunto dall’equilibrio tra amore e passione ritratto e raccontato nella Vita di Adele, dove la quotidianità è espressa con scene lunghe e dettagliate tanto, ad esempio, in ambito lavorativo quanto in quello sessuale. Ma se nella Vita di Adele i personaggi hanno una loro profondità, conflitto interiore e umanità, in questo film nulla di tutto ciò accade. E non ci sarà mai nessun commento del tipo “ha una fotografia bellissima” a farmi cambiare idea. Perché, per quanto la fotografia sia bella (e su questo c’è ancora da discutere), non basta da sola a rendere un film bello, oltretutto se questo non racconta nulla.

Love non darebbe fastidio a nessuno se si limitasse ad essere quello che è, un film erotico, senza pretendere di filosofeggiare sul gigantesco concetto di amore.

Federica Cunego per MIfacciodiCultura

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