La magia del violino: Uto Ughi

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Tra le forme d’arte che la nostra Italia sembra oggi relegare in secondo piano, rientra certamente la musica classica. E lo sa bene Bruto Diodato Emilio Ughi, in arte Uto Ughi, uno dei maggiori violinisti italiani contemporanei.
Classe ’44, Uto Ughi nasce il 21 gennaio a Busto Arsizio, in provincia di Varese. Fin da piccolo cresce circondato dalla musica, attratto in modo particolare dallo strumento italiano per eccellenza, il violino. Lui stesso nega di essere mai stato un enfant prodige, ma è lecito avere un qualche dubbio quando si viene a scoprire l’età del suo debutto come musicista: sette anni, al Teatro Lirico di Milano, per di più.

Già all’età di dodici anni, Ughi viene definito dalla critica un concertista tecnicamente ed espressivamente maturo, raggiungendo un livello a cui molti musicisti aspirano inutilmente per tutta la loro vita. Come il più delle volte accade, il merito di questo traguardo non è univoco: una parte va al talento che indubbiamente Ughi possiede, un’altra va invece ai grandi maestri che lo hanno accompagnato nei suoi studi, in primis il celebre violinista e compositore rumeno George Enescu (che, a quanto si dice, compose la sua prima opera per violino e pianoforte alla sorprendente età di cinque anni).

Uto Ughi da giovaneGiovanissimo, Uto Ughi inizia così ad esibirsi in numerose tournée, sia in Italia che all’estero. A ventitré anni esegue il Concerto per violino e orchestra di Beethoven nel cortile di Palazzo Ducale a Venezia, diretto dal grande Sergiu Celibidache.
Negli anni la sua fama cresce e lo porta a suonare con le più rinomate orchestre sinfoniche del mondo: da Amsterdam a Boston, da Philadelphia a New York, Washington e molte altre, sotto la direzione di celebri maestri.

Quando la musica la senti dentro, non puoi far altro che cercare di trasmetterla al mondo, per riuscire ad esprimere la parte più autentica di te stesso. I bravi concertisti riescono in questo.
Ughi si è spinto oltre, fondando e portando avanti progetti che mirano a salvaguardare il patrimonio artistico italiano, come il festival Omaggio a Venezia da lui ideato per raccogliere fondi destinati al restauro di monumenti della città sull’acqua, o il festival Omaggio a Roma, una serie di concerti aperti gratuitamente al pubblico per far conoscere giovani talenti formatisi nei conservatori italiani.

Ughi sembra volerci dire che chi ha del talento (e questo vale in tutti gli ambiti, ma a maggior ragione nelle arti, troppe volte abbandonate a loro stesse) non deve limitarsi a coltivarlo e a metterlo in pratica in esibizioni e performance “solitarie”, volte ad intrattenere un pubblico o ad accrescere la fama del proprio nome. Chi nasce con un talento dovrebbe mettersi in gioco in prima linea per far sì che altri, dopo di lui, abbiano la possibilità di scoprire di possedere anch’essi quell’inclinazione e quelle capacità innate.
Uto Ughi per RomaPerché se non si ha la possibilità di scoprirlo, anche il talento rischia di restare nascosto, ignorato e, di conseguenza, di andare sprecato. A maggior ragione se si parla di quello musicale.
Secondo Ughi si dovrebbe iniziare a studiare uno strumento musicale tra i cinque e i sette anni, per formare quelle fondamenta senza le quali nessuno può diventare, in futuro, un grande musicista.

Insomma, lo studio musicale va incoraggiato, cosa che purtroppo non sembra rientrare nei piani legislativi relativi alla scuola italiana: lo spazio concesso alla musica, quando previsto, è irrisorio, tanto che il più delle volte viene scambiato dagli alunni per un paio d’ore quasi libere.

Se pensiamo all’importanza che nei secoli la musica classica ha avuto nel nostro Paese, qualche nota stonata la si coglie. La speranza è da riporre in persone come Uto Ughi, che amano la musica e che cercano di trasmetterla a 360 gradi, per continuare quella tradizione che ha contribuito a rendere grande il nostro Bel Paese, ma di cui troppe volte oggi ci dimentichiamo.

Alessia Sanzogni per MIfacciodiCultura

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