Enrico Castellani e le sue “Estroflessioni su carta” in mostra

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Senza-titolo-1963-590x417Enrico Castellani, classe 1930, con il suo rigore e la precisione geometrica che rappresenta il tratto distintivo della sua opera, è considerato uno dei più importanti artisti dell’avanguardia italiana del secondo Novecento. Forse il più quotato tra gli artisti viventi, se si pensa che la sua celebre Superficie Bianca del 1965 (già esposta alla 23° Biennale di Venezia) fu battuta all’asta da Sotheby’s qui a Milano due anni fa per la cifra record di 750 mila euro (addirittura doppiando la base d’asta).

Formato in Belgio, stabilitosi a Milano negli anni ’50, entra di diritto nel mondo dell’arte che conta a partire dal suo sodalizio con il celebre Piero Manzoni, di cui condividerà in parte la poetica, ma non il temperamento: vulcanico e scapigliato Manzoni, distinto e riflessivo Castellani. Ed è partire proprio da questa collaborazione (nata in seno alla rivista Azimuth da loro fondata nei primi anni Sessanta) che prende le mosse il superamento, messo in atto dall’artista veneto, delle avanguardie precedenti in favore di un nuovo linguaggio artistico: quello dell’estroflessione, tecnica ottenuta inserendo chiodi o altri supporti dietro la tela, in modo tale da renderla tridimensionale e dotarla di una plastica illusione cinetica, fatta di pieni e vuoti che costruiscono una trama chiaroscurale basata su un meticoloso studio del disegno, e che sarà la cifra stilistica stessa di tutta la sua produzione.

Enrico-Castellani-590x584La Galleria Matteo Lampertico di Milano gli dedica adesso un’ennesima personale, che durerà fino al 26 febbraio 2016. Per la precisione la dedica alle sue Estroflessioni su carta, a torto troppo a lungo considerate opere minori, ma che invece, abbracciando un arco temporale che va dagli anni Sessanta fino alla fine dei Novanta, rappresentano un filone fondamentale nell’esperienza dell’artista. Non studi preparatori o meri esercizi di stile, infatti, ma vere e proprie opere d’arte di per se, che condividono con le sue tele (contese come detto dai più grandi mercanti d’arte e collezionisti del mondo), lo stesso tratto distintivo: meticolosi disegni geometrici sbalzati fuori dalla carta con un’accurata opera di punzonatura.

Man mano che il percorso  della mostra va avanti si nota che la scelta di materiali cambia: alle carte industriali delle prime opere si sostituisce, infatti, la scelta di tipi di carta di realizzazione artigianale, spesso concepiti per l’occasione, la cui grana più grossa e porosa permette un maggiore gioco tridimensionale rispetto ai lavori precedenti. L’attenzione alla spazialità, poi, si trasforma con la maturazione artistica dell’autore: da un’organizzazione articolata e complessa dello spazio pittorico (che, data la caratteristica stessa dell’estroflessione e le grandi dimensioni dei fogli usati, potrebbe definirsi scultoreo) si passa ad una maggiore predilezione per schemi improntati al più stretto rigore formale, al più semplice minimalismo.

Superficie-blu-1967-440x590Ben lungi dall’essere esaustiva della produzione su carta di Castellani, questa mostra accompagna il più puntuale studio sull’evoluzione dell’artista fatto dalla studiosa Irina Zucca Alessandrelli, che per l’occasione ha curato il catalogo; il tutto nell’attesa che venga pubblicato il Catalogo Ragionato attualmente in lavorazione presso l’Archivio della Fondazione Enrico Castellani.

Può essere però una interessante infarinatura per chi, come me, conosceva l’artista solo di nome, e può rappresentare un approccio più intimo e diretto alla sua produzione, il cui fil rouge, che si tratti di opere su carta come in questo caso, o di grandi shaped canvas, è l’incedere freddo nei territori del non opinabile, del non essere soggetto ai capricci dell’estetica, in cui,come dice la curatrice del catalogo che fa da corollario alla mostra, il  “disegnare si fa designare, nel senso di determinare, stabilire, immaginare sulla carta come punto di partenza imprescindibile per ogni sviluppo artistico.

Questo rigore e questa determinazione fanno entrambe parte della poetica di Enrico Castellani, il quale più di ogni altra cosa, voleva rifuggire dalla soggettività dell’interpretazione per rendere il suo lavoro dotato di una oggettualità che non “fosse discutibile, non interpretabile, qualcosa che c’è e basta”.

 

Leonardo Cesari per MIfacciodiCultura

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