Cibo e letteratura: il binomio perfetto

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Fin dalle origini, o forse prima ancora, il cibo si è rivelato una componente fondamentale di quella che generalmente chiamiamo letteratura, ma che potremmo ancor più genericamente definire la Storia dell’uomo. Se provassimo ad individuare le coordinate spazio-temporali del cibo sarebbe un bel pasticcio, nonché una inutile fatica: il cibo è ovunque e si colloca fuori da ogni luogo e da ogni tempo, pur essendo una salda presenza al loro interno.
In tutte le letterature di ogni Paese, civiltà ed epoca troviamo riferimenti al cibo, tanto come presenza quanto come assenza, e alla nobile arte del cucinare; a ricette e piatti, reali o inventati; ai molti simboli di cui il cibo nel tempo si è fatto portatore e ai significati più o meno nascosti che sa conservare.

petite madeleine, ProustQuesto è ciò che accade. Anche nella ricca letteratura del Novecento: anche nei maggiori autori ed intellettuali, che a volte ricordiamo solo per la fama che la loro firma ha acquisito con la loro morte.

Pensando al cibo, probabilmente nella nostra mente si aprirà subito una galleria fotografica fatta di immagini di ciò che mangiamo ogni giorno, dei nostri piatti preferiti, di alberi da frutto e coltivazioni: ognuno può personalizzarla come meglio crede.
Superiamo questo primo step, dettato più dallo stomaco che dalle “celluline grigie” (per dirla alla Agatha Christie), e andiamo oltre. Ci troviamo davanti una serie di porte, all’apparenza tutte uguali, chiuse, ma senza saperlo possediamo la chiave giusta per poterle aprire tutte. Il cibo funziona un po’ come un passepartout

La prima porta che apriamo ci introduce in un paesaggio familiare, noto, ma che appare leggermente sfocato. È il luogo della memoria e del ricordo del passato, che il cibo è in grado di risvegliare in noi attraverso un solo morso. A volte è sufficiente un odore nell’aria perché riaffiorino volti e immagini che credevamo essere andate perdute per sempre, ma che sono rimaste impresse dentro di noi: basta una petite madeleine per farci trasalire e far affiorare in noi qualcosa di straordinario.

La seconda porta che proviamo ad aprire ci conduce in una sfarzosa sala di un antico palazzo, ad un sontuoso banchetto di una ricca famiglia della borghesia tedesca del XIX secolo. Sono I Buddenbrook, romanzo di Thomas Mann in cui il cibo si fa simbolo dell’ambiente sociale e culturale, diventando un filtro attraverso il quale osservare nel dettaglio la vita di un’epoca.

Cambiamo, terza porta. Anche in questo caso quella che ci troviamo ad osservare è una scena di vita, ma ben diversa rispetto alla precedente. È la povera tavola dei contadini italiani, che si presenta in veste simile tanto nelle colline delle Langhe di Pavese quanto negli immensi e aridi latifondi del meridione di Corrado Alvaro. Il cibo qui è più che altro un’assenza, una mancanza ricorrente e, quando la fortuna vuole che la fame non sia troppa, resta comunque qualcosa da difendere strenuamente e da conquistare con fatica giorno dopo giorno. Proprio in questi contesti, descritti magistralmente ne La luna e i falò, il cibo si fa portatore di genuinità e di vita, autentica come può esserlo la vita nei campi, fatta di lavoro, onestà, sudore, condivisione e gioia per le piccole cose.

La tavola è anche un luogo di rivelazioni, poiché oltre alla condivisione del pasto gli uomini attorno ad essa condividono anche angosce e inquietudini. È il caso del racconto I morti di James Joyce in cui Gretta, dopo una cena all’apparenza perfettamente riuscita, rivela al marito Gabriel un doloroso segreto che custodiva da molti anni, ovvero la tragica morte di un ragazzo che in gioventù era innamorato di lei.

pranzo di contadini nel campoNon dobbiamo compiere l’errore di collegare il cibo unicamente a situazioni e sentimenti piacevoli: la stessa letteratura è ricca di esempi che dimostrano il contrario. A partire da Le metamorfosi di Kafka, in cui il protagonista completa la sua trasformazione in uno scarafaggio cambiando gusti alimentari e sentendosi improvvisamente attratto da cibi avariati, il cibo assume un valore profondo e angoscioso, quasi inquietante. Per poi passare all’orrore in tutti quei racconti che si collegano, più o meno direttamente, alla disumana esperienza dei lager e dei campi di sterminio. Esemplare tra tutti, la lirica Il sogno del prigioniero, composta da Eugenio Montale nel 1954. Il cibo raggiunge qui il suo significato più estremo, richiamando la morte attraverso collegamenti raccapriccianti: basti pensare ai forni crematori che venivano presentati come forni per cuocere il pane.

Anche nella letteratura contemporanea il cibo continua ad essere un pilastro portante, così come nella vita quotidiana, dove è diventato argomento alla moda grazie ai numerosissimi programmi TV, reality, rubriche e blog ad esso dedicati. E molto probabilmente lo sarà sempre, anche in futuro.

Perché il cibo è parte integrante della vita dell’uomo, così come lo è la letteratura: e in definitiva, il loro intrecciarsi è una conseguenza naturale del loro stesso essere.

Alessia Sanzogni per MIfacciodiCultura

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