La Letteratura in estinzione

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untitled (1)Un paio di lustri fa assistemmo alla nascita dell’espressione “analfabeta di ritorno”, che oggi si è evoluta in quella onestamente più fascinosa di analfabeta funzionale: a destra e manca si sprecano i commenti di chi teme questa ondata di nuovi analfabeti, pericolosissimi. Già, perché l’analfabeta che Azzeccagarbugli poteva circonvenire con i termini giuridici ed il latinorum, sapeva inequivocabilmente di essere analfabeta perché letteralmente non sapeva leggere, e spesso e volentieri se ne vergognava pure, l’analfabeta funzionale, invece, legge, ma non capisce. Sovente è talmente impanato nella propria ignoranza non sapere neppure di non sapere. Il teorema della perfetta felicità: un’ignoranza talmente profonda da non sospettare neppure sé stessa.

A questo punto è lapalissiano che ogni considerazione linguistica all’analfabeta funzionale appaia come un sofisma, un barocchismo: distinguere letterario e letterale? Ma l’importante è che ci capiamo, suvvia. Il fatto è che non ci capiamo.

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Victor Hugo

A farne le spese è certamente l’analfabeta stesso che rischia ad ogni passo di venire ingannato, non essendo in grado di capire una legge, un contratto, una postilla, un cavillo; in chiave macro, ne fa le spese la società e le sue massime espressioni culturali con essa. Giustamente, Luca Rota si interroga sul futuro della letteratura in questo panorama di zombie culturali, ancor più giustamente, cita la definizione di libroidi data da Gian Arturo Ferrari valida per la maggioranza dei volumi che occupano gli scaffali delle librerie.

Ma il problema non è, permettetemi, la scomparsa della letteratura “vera”. Quella è viva, e gode di ottima salute: chi desideri un libro di quelli importanti, che si leggono in più fasi della vita, quelli che ti fanno desiderare (erroneamente!) di conoscere l’autore ed essergli amico, ci sono e sono anche abbondanti: Paul Auster, Alice Munro, Cormac McCarthy, Patrick Modiano, John Coetzee, Bret Easton Ellis, Don de Lillo, Michel Houllebecq, Daniel Pennac, Luis Sepúlveda se si rimettesse a scrivere davvero, i nostri Baricco e Ammanniti in certa misura, solo per citare alcuni nomi non esaustivi. Certo, costoro devono misurarsi col nulla pneumatico che impera nelle classifiche dei best seller: ma vogliamo forse nasconderci che non esiste più nemmeno lo sport (o quasi), sostituito dal concetto di sporteinement? Possiamo far finta di ignorare che il mondo della musica è impestato dai talent sforna-replicanti? In un panorama defilippizzato (considero la Maria nazionale l’equivalente culturale dell’epidemia di influenza spagnola), vuoi che non trovi posto un Fabio Volo?

b184c6c3a6_7558480_medMa questo non pregiudica, non ha mai pregiudicato: la massa non solo non è in grado di distinguere Bruno Vespa da Umberto Eco, ma preferisce il libro firmato da Vespa a quello scritto da Eco, e non abbiamo motivo di dubitare che enormi masse un tempo preferissero il feiulleton (o romanzo d’appendice. O di appendicite? Forse ambo le cose) a Victor Hugo. Ciò non toglie che Hugo sia rimasto nella storia della letteratura: e disse anche che «l’unico pericolo sociale è l’ignoranza», pur senza aver mai visto i programmi della de Filippi o della d’Urso.

Che la letteratura “alta” occupi uno spazio basso sugli scaffali è diretta conseguenza di un sacco di cose: l’analfabetismo funzionale, il terziario avanzato, la scolarizzazione scadente, il concetto di “evasione”, l’idea che si possa scrivere un libro senza averne mai letto uno, l’industria del gossip e del reality, i già citati libroidi (biografie di illustri nullità, memorie di sportivi giovanissimi e senza passato, testi scritti di comici orali, pseudopensieri di sedicenti maestri di vita) l’industria dell’editoria, i concorsi letterari, il meccanismo dei best seller. L’editore desidera innanzitutto il guadagno: indubbiamente, nel meccanismo finiscono stritolati molti autori e molte opere degne a favore di pagine indecentemente imbrattate, ma verosimilmente questo è un problema senza soluzione quanto un mondo senza ingiustizie.
Molti considerano ancora il cinema come un’arte minore, e certamente la maggioranza assoluta della produzione cinematografica mondiale gli dà ragione: ciò non toglie che una sezione aurea di registi e produttori metta in scena opere filmiche di assoluto spessore culturale. Nessuno ha mai detto che la letteratura di profilo elitario possa e debba avere una diffusione massificata: sarebbe invero un fenomeno notevolmente ossimorico.

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Wisławe Szymborske

Possiamo dunque ritenere che tra chi trova qualche post di Facebook troppo lungo da leggere e parla e scrive per abbreviativi inesistenti, e chi trova Underworld troppo breve, la comunicazione sarà sempre difficile quanto tra tacchini e pavoni, e l’osmosi alquanto lenta e farraginosa.

Ma la visione che abbiamo della Letteratura è, per una volta, ottimistica in un’ottica che ci azzardiamo a definire pre-Keynesiana: il mercato non si autoregola, ma la letteratura sì, e continuerà a regalarci Wisławe Szymborske in quantità misurata e adeguata mentre le cornacchie gridano che la poesia è morta e anche il romanzo non si sente affatto bene.

Ma poi, volete mettere il brivido di auto-gratificazione presuntuosa a comprare l’ultimo Auster passando sdegnati davanti a Federico “Harmony” Moccia?

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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