La Critica al Critico

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La figura del “critico” come filtro tra produzione artistica e pubblico, ha ancora senso al giorno d’oggi?

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Gillo Dorfles

Questa è la domanda che si è recentemente posto Eugenio Scalfari sulle pagine del suo l’Espresso, chiedendosi se non è ormai superato il ruolo del critico come “giudice” di un’opera d’arte e come unico tramite per comprenderne il significato, e se quindi il serissimo critico vecchio stampo, armato di paroloni accademici, ha ancora lo stesso peso nell’arte come poteva avere in passato.
Oggi le infinite possibilità di partecipazione, interpretazione ed espressione fornite dal web, hanno messo in crisi la funzione originaria del critico, riducendolo quasi a “cronista” dell’arte, deputato esclusivamente alla segnalazione di un’opera, indicandone qualche caratteristica generica, senza spingersi più a fondo nel discorso estetico qualitativo ed omettendo il proprio giudizio, espresso piuttosto da chi avrà voglia di farlo, autorevole o meno che sia, a fil di rete.
Il lettore, spettatore, ascoltatore, visitatore non ha forse più bisogno che qualcuno spieghi con cosa ci si sta rapportando, i suoi significati e soprattutto la sua qualità. Ognuno può formulare la propria interpretazione ed opinione senza che il parere di un esperto debba intervenire nel processo di analisi dell’opera.
Un certo tipo di artisti, appassionati ed intellettuali, si è però sempre prodigato affinché l’arte rimanesse il meno popolare e il più filtrata possibile, soprattutto nell’attualità, dove la cultura alta e bassa si fondono in un unico calderone grazie alle distanze ravvicinate di internet, dove tutti hanno accesso ad informazioni, immagini e nozioni.

La reazione è stata quindi di chiudersi su se stessi proponendo linguaggi sempre meno comprensibili ai non addetti ai lavori, creando un circolo vizioso in un certo senso elitario, temendo che il raggiungimento della massa coincidesse per forza con l’impoverimento culturale.
Le dinamiche del sistema “arte” e i suoi andamenti influenzano il contenuto delle opere e la formazione degli artisti oltre che l’economia che ruota attorno al sistema stesso, in un gioco sottile di pubbliche relazioni e marketing, tra raffinatezza e autocompiacimento, dal quale ovviamente, il pubblico “ignorante” è tagliato fuori senza nessuna via di scampo.
È in questa situazione complicata ed esclusiva che il critico oggi ha la sua nuova importanza: dimenticata la funzione di giudice, diventa la congiunzione tra pubblico ed arte, fondamentale più che mai se questa diventa sempre meno immediata. Il critico, nel nuovo ruolo di mediatore culturale, dovrebbe quindi fornire allo spettatore gli strumenti adatti per comprendere l’opera d’arte, senza influenzarlo, ma incoraggiandolo alla riflessione ed alla comprensione di simboli altrimenti lontani e sconosciuti, stimolando la curiosità anche dei meno “fanatici”.

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Vittorio Sgarbi

L’importanza del critico è pari a quella del pubblico, entrambi sono elementi fondamentali affinché l’arte possa esistere: serve qualcuno che la definisca tale e qualcuno che ne voglia goderne.
Quindi la critica non ha più l’obiettivo di stroncare un artista piuttosto che un altro, bensì quello di argomentare le opere e talvolta quasi “riscriverle”, arricchendole di significati e aiutando lo spettatore a destreggiarsi soprattutto nell’enigmatico mondo del contemporaneo, mostrando forze e debolezze di una determinata produzione artistica indipendentemente dalla notorietà o “curriculum” del suo autore.

Certo, dal canto suo il pubblico deve essere appassionato e genuinamente interessato all’arte ma è un’impresa assai difficile convincerlo all’approfondimento, visto l’approccio comune verso gli studi o i lavori artistici in Italia: chi sceglie il liceo artistico, un’accademia di Belle Arti o una facoltà come Storia dell’Arte o Lettere, viene spesso tacciato di svogliatezza nello studio (quanti di voi si sono sentiti dire che studiavano Scienze delle Merendine? Io spesso e volentieri), salvo poi considerare l’arte come qualcosa di volutamente incomprensibile, quando invece un po’ di curiosità e interessamento in più potrebbero aprire le porte di un mondo meraviglioso.
Le contraddizioni del contemporaneo sono tante, perché mentre si dice “con la cultura non si mangia”, si tende di contro a considerare tutto cultura, dal cibo all’architettura passando per gli eventi mediatici e le invenzioni tecnologiche. Tutto è bagaglio culturale che però non sempre produce ricchezza dal punto di vista economico, unico vero metro di misura dell’epoca contemporanea.
Una realtà così contorta ha bisogno del suo mediatore, non di una figura super partes detentrice della verità assoluta, ma qualcuno in grado di spiegare coinvolgendo anche chi si sente escluso.
Il critico d’arte oggi deve saper fare questo: basarsi sulle sue conoscenze scientifiche e accademiche per appassionare e collegare anche coloro che hanno sempre considerato l’arte, soprattutto contemporanea, volutamente inaccessibile, sorprendendoli con la sua bellezza inaspettata e complicata.

Carlotta Tosoni per 9ArtCorsoComo9

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