Giò Pomodoro: la scultura come presenza viva e forte

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Folla (1962)

Nato il 17 novembre del 1930 a Orciano di Pesaro, Giò Pomodoro nel 1954 si trasferisce a Milano e nel 1956, alla Biennale di Venezia, espone una serie gli argenti fusi su osso di seppia dedicati al poeta Ezra Pound.

Firma nel 1957 il manifesto Contro lo stile con, tra gli altri, Arman, Baj, Klein, Manzoni, e il fratello Arnaldo ed espone a Milano Crescita (1956-1957), inserendosi a pieno titolo nel dibattito riguardo la possibilità di rendere il gesto, il segno e la forma codici espressivi, oltre l’irrazionale. 20131003_1847-524d9fa1dc820
Sono anni in cui avanzano le teorie di Einstein e la materia diviene campo di sperimentazione, luogo attivo e dinamico, cardine dell’Arte Nucleare diffusasi nel secondo dopoguerra. A Milano Giò si confronta con le novità introdotte da Lucio Fontana, che nel 1947 aveva fondato lo Spazialismo dichiarando “vogliamo che il quadro esca dalla sua cornice e la scultura dalla sua campana di vetro”.
Giò concepisce la scultura partendo da zero, da superficie piana, e su questa lavora per darle una forma che si possa esprimere tutta, nel dialogo con lo spazio e la luce. La priorità per Pomodoro è superare i limiti che la materia gli pone e scolpire vuol dire plasmare e rendere malleabile ciò che per natura non è. Nelle Superfici in tensione degli anni ’60 i materiali vogliono superare i limiti della bidimensionalità, e la durezza del marmo o della pietra sono concepiti come superficie pittorica armoniosamente in bilico tra pieni e vuoti, luci e ombre come evidente in Folla del 1962.

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Sole Serpente (1988-89)

Qual è il punto di partenza nell’ideazione di un’opera scultorea? La materia, la luce o lo spazio?
Per Giò Pomodoro l’origine di ogni creazione non è la materia, che può essere soggiogata dalla perizia dell’artista, né la luce, che ogni volta ne svela profili inattesi, ma lo spazio inteso come soggetto attivo e non come destinazione finale. L’opera è quindi viva, ceduta all’ambiente che la circonda, in balia delle trasformazioni che il tempo le potrebbe riservare. Lo scultore la concepisce e le da pieni e vuoti, squarci e barriere perché possa dialogare e interagire col contesto e al contempo con l’osservatore.

Lo scultore esplora la forma e la ridisegna, superando la forza della materia, ma non la svuota di significato e non la denuda, anzi vuole darle un valore più alto concedendogli espressione silente con il linguaggio simbolico. Due elementi diventano fondanti: il sole come fonte di energia e di vita, e la vela come congiuntura tra terra e cielo.
Nel 1982 l’artista dichiarò:

Tutto il sistema è un piccolo teatro di luci e di ombre, per il “sole” come attore.

Evidenziando come la sua attenzione si sia focalizzata, proprio in quegli anni, sull’opera come luogo di torsioni e alternanza di pieni e vuoti, mossi da energia vitale in uno spazi che aspira all’infinito.

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Frammenti vuoto

Da qui si comprende l’importanza dell’arte di Pomodoro per la committenza pubblica, e il valore aggiunto che ne deriva dalla collocazione delle opere in luogo destinato alla vita sociale: Frammenti di vuoto, in piazza Roma a Carbonia, è questo ma soprattutto è sintesi perfetta di luce e linea.

Per Giò, come si legge nel manifesto Contro lo stile del 1957, viviamo in “un mondo che non necessita più di rappresentazioni celebrative ma di presenze” attive che restano in bilico tra irrazionalità e rigore formale, permeate da una forza vitale che le rende eterne.

L’artista ci lascia il 21 dicembre 2002, ma restano, negli spazi che accolsero le sue forme silenti e forti al contempo, le tracce indelebili della sua instancabile ricerca espressiva.

Felicia Guida per 9ArtCorsoComo9

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