Genova e la ricerca fotografica di Lisetta Carmi

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Il-porto-di-Genova-1964- Il Palazzo Ducale di Genova esporrà fino al 31 gennaio la mostra Lisetta Carmi. Il senso della vita. Ho fotografato per capire: 220 scatti che testimoniano il percorso artistico e personale della fotografa ligure, raccontando la complessità dell’essere umano nella storia. Un’indagine che oltrepassa i limiti geografici per focalizzarsi sulle miserie universali, sulle esistenze oltraggiate e poi dimenticate, sulla povertà stabilita a tavolino.

La ricerca fotografica nasce nella Genova degli anni ’70, brulicante di vita e problemi, che da una parte avvia l’industrializzazione e dall’altra esaspera la povertà e l’indigenza materiale: i meridionali, nuovi profughi di una terra inospitale, vengono affastellati nelle cantine dei centri storici. I lavoratori portuali costretti a turni lavorativi estenuanti e alienanti. Ma ventre pulsante della città rimangono i vicoli, grovigli di strade che confondono stili di vita inconciliabili e umori malcelati.
La Carmi fotografa le signore del piacere proibito, le transessuali dal trucco pesante che scandiscono i ritmi della vita notturna. Oltre i lineamenti duri intravede però le persone e arrivano Gitana, Dalida, Morena (che ispirò Bocca di rosa di De Andrè), sdraiate all’ombra delle loro identità e impotenti di fronte al rifiuto della società perbenista. La ghettizzazione consensuale placa la sete di emancipazione e mondi paralleli si incontrano solo su appuntamento.

travestiti_carmi_11Con i viaggi per il mondo, la ricerca antropologica della Carmi si corrobora di ideologia e umanità: in Venezuela testimonia la fame senza sfogo dei miseri -uomini- che cercano cibo nel basurero, l’enorme discarica a cielo aperto. Dall’Afghanistan i bambini dall’infanzia violata e poi la corruzione e le rivendicazioni in Israele, Messico, India.

L’amore è tutto, un fotografo deve amare la vita, le persone, questo è l’unico segreto che conta. Io amo i poveri soprattutto, i deboli, chi non può difendersi. Io fotografavo per capire gli altri, il mondo, mi serviva quel mezzo per arrivare a loro, per vederli e per vedere me stessa attraverso di loro, quando ho imparato a capire senza bisogno della fotocamera allora ho smesso. Non è la fotografia che mi interessa ma le persone.

Gli scatti di Lisetta Carmi non decorano i salotti, ma esprimono l’urgenza di intervenire nel mondo, l’urgenza di tracciare un disagio attraverso l’obiettivo.

Immagini potenti che responsabilizzano lo spettatore perché pretendono da lui una risposta attiva e critica. Lo sguardo deve essere sensibile e docile, pronto ad imparare. E dunque potrà interpretare una fotografia appesa in una mostra come uno squarcio della vita dell’epoca, come la legge naturale che rende vittime o carnefici oppure come un’aspra denuncia verso una condizione da cambiare.

downloadIntorno alla giovane arte della fotografia non pesano ancora saggi critici e leggendari genitori, basta l’animo genuino, pulito da ogni affettazione intellettualistica, e la stampa di un’immagine precisa.
La risposta attiva nasce dalla riflessione, dall’interrogare ciò che si è esperito, riconoscendo che anche la fotografia è mediazione rispetto al reale, ma non manipolazione parassitaria.

Come può intervenire sul reale? gli impegni della vita scandiscono le giornate a ritmo di marcia: seguiamo rigorosamente lo spartito per rimanere a tempo e rispettiamo ansiosamente le pause, dimenticandoci di noi stessi. L’incontro con l’altro, con il mondo è sempre funzionale a qualche scopo e si percepisce lo scorrere del tempo nel frattempo che si fanno altre cose. Si vive, nel frattempo.

La fotografia diventa quindi un modo sicuro – siamo protetti dall’obiettivo e non rimaniamo ad occhio nudo – per accostarsi ad una realtà poco conosciuta, ma fortemente rappresentativa. Ci avviciniamo a qualcosa che solitamente percepiamo di sfuggita e creiamo l’occasione per interrogarci.
Diventa quindi un mezzo, un pretesto per indagare a cuore aperto l’essere umano e il suo bisogno di condivisone fratellanza e amore. L’emarginato è quasi una categoria da perseguire perché è il nostro alter ego, l’inascoltato che non si sente rappresentato nella realtà circostante.

Scrivere, fotografare, disegnare diventano pretesti per mettere ordine in una società disorganica, che ci bombarda di informazioni lasciate poi sparse come brandelli di un ordine irritrovabile. Fare qualcosa per capire quindi, per tornare a vivere.

Arianna Nicora per 9ArtCorsoComo9

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