“La bottega del caffè” di Quelli di Grock: Goldoni va a Las Vegas

0 861

Carlo Goldoni, come Shakespeare, è uno di quei classiconi del teatro che, nel corso dei secoli, registi, drammaturghi e attori si sono sforzati di fare propri, rielaborare e attualizzare, non solo per dimostrare quanto il loro linguaggio sia assolutamente senza tempo e capace di cristallizzare vizi e virtù umane che tutt’oggi ci sono maledettamente propri, ma anche per dargli l’allure “commerciale” necessaria per tenere sveglio il pubblico e staccare i biglietti, spolverandoli di originalità a più non posso e caricandoli di una buona dose di personalizzazione.

Quelli di GrockIl tentativo è encomiabile e talvolta riesce a creare dei veri capolavori pop, fintanto che il testo originale rimane il punto fermo delle scelte registiche e riesce ad essere calato con andatura fluida e senza forzature in un’ambientazione contemporanea (si pensi, nel mondo del cinema, al Romeo&Juliet di Baz Luhrmann, che è riuscito nella non facile impresa di accostare il linguaggio del bardo a un sobborgo californiano sconvolto da una faida tra clan mafiosi “armati” di camicie hawaiane e pistole dai decori kitsch).

Quando però il maestro viene troppo diluito in una sceneggiatura non sempre felice, i risultati sono a tratti altalenanti. È il caso anche della Bottega del caffè, del grande commediografo settecentesco, in gran parte riscritta e rimpastata a quattro mani dalla premiata coppia Valeria Cavalli-Claudio Intropido, e in scena fino al primo gennaio 2016 al Teatro Leonardo di Milano, nel solco della consolidata tradizione attoriale di Quelli di Grock.

Quelli di GrockIl campiello di Venezia di goldoniana memoria diventa così un fumoso suburbio di Las Vegas, un avamposto a metà strada tra il tendone di freak show e i lustrini di Chicago, la bisca di Pandolfo una sorta di circo degli orrori in cui lo stolto Eugenio e il solo apparentemente astuto Flaminio (aka Conte Leandro) si muovono come burattini manovrati da un mostro incontrollabile e invisibile: il vizio del gioco.
Si giocano soldi, rapporti umani, si gioca la dignità, ci si gioca la vita. Quella vera. Che si svolge fuori dalla bisca, ma ha i toni avvilenti e banali della quotidiana normalità, quella incarnata dal saggio Ridolfoper l’occasione bottegaio lezioso che va avanti a suon di ramanzine nei confronti dei suo scapestrato protégé e del suo garzone con accento dell’est, e sempre per l’occasione tratteggiato come un ex giocatore incallito dal passato oscuro.

Attraverso due ore di frizzi e lazzi, di sincere ma amare risate, incorniciati in improbabili pretese da musical, si perde il positivismo di Goldoni (in cui le coppie si ricostituiscono,i giocatori rinsaviscono, gli imbroglioni e le zabette vengono smascherati), in favore invece di una spirale di dissolutezza e degrado morale destinata a non avere fine.

Il giudizio complessivo è arduo: passano a pieni voti Don Marzio, linguacciuto pettegolo dall’accento napoletano che Goldoni avrebbe adorato, il Trappola riuscita macchietta dall’improbabile origine slava, il Conte Leandro-giocatore d’azzardo e di prestigio dall’affettato accento francese.

Tiepido il parere verso Ridolfo, unico personaggio privo di carattere dalla recitazione scolastica, ma l’unico dotato di buone doti canore, e delle due protagoniste femminili-mogli abbandonate Vittoria e Placida, che alternano momenti di pura comicità ad altri dalla gestualità decisamente scontata.

Quelli di GrockBocciate le velleità canore che hanno imposto ad un cast di attori anche bravi come sono Quelli di Grock di riciclarsi come interpreti di commedie musicali senza averne le necessarie doti, ma anche Pandolfo mattatore-diavolo tentatore per me poco efficace, a metà strada tra un Mr. Crocodile Dundee tempestato di paillette (sì, poco convincenti anche i costumi) e un macilento ridanciano boss delle cerimonie. Bocciato l’accento veneziano assurdo di Lisaura (peccato, perché il personaggio era carino e l’attrice indubbiamente brava, ma la scelta di farla recitare in un dialetto che evidentemente non sapeva parlare, oltre a essere fine a se stessa, è stata anche poco credibile), come le scelte registiche di “sporcare” fin troppo l’azione di alcuni attori con una gestualità estremizzata e sgangherata che non ha fatto che appesantirne l’interpretazione, anziché aumentarne la cifra comica.

Tra le tirate moralistiche del caffettiere Ridolfo e le menzogne del debole Edoardo, che ciondola come uno zombie da un tavolo verde all’altro, l’intento di mettere in scena i rischi legati al gioco d’azzardo, un vizio capace di rovinare intere famiglie e misere esistenze votate all’insoddisfazione, è chiaro e sicuramente ben riuscito. Ma anche per rappresentare con atmosfere quasi burlesque (che a volte sembrano scivolare in Fantastico ’85) un tema di così cogente attualità nell’epoca dei videopoker, sarebbe bastata la parola di Goldoni, la sua comicità sferzante ma sempre misurata, il linguaggio universale che lo caratterizza e lo rende uno dei padri della commedia moderna.

 

Leonardo Cesari per 9ArtCorsoCmo9

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.