“Un dì, felice, eterea”: Callas e Visconti di nuovo in scena

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Maria Callas sembra tornare ad avere lo stesso splendore che ebbe durante la vita. Dopo lo (forse non così brillante) spettacolo Callas di Dario Fo e Paola Cortellesi, fino al 23 dicembre sarà possibile vedere la mostra “Un dì, felice, eterea”, artistico omaggio a Maria Callas e Luchino Visconti.

L’esposizione inaugura anche una nuova collaborazione fra la Fondazione Pasquinelli, il cui scopo è promuovere il progetto triennale Un patrimonio da tramandare – A Scuola di Scala, e l’Accademia del Teatro della Scala.visconti_callas1956

Il pubblico potrà ammirare e rivivere la Traviata di Visconti attraverso le immagini di Erio Piccagliani, e ripercorrere le fasi della lavorazione dei costumi allora usati, realizzate da Siria Chiesa. Gli originali, invece, sono andati misteriosamente perduti.

Luchino Visconti e Maria Callas vissero un lungo connubio artistico, che durò lunghi anni e che riuscì a portare la Diva a realizzare i sogni di una vita. Ma, d’altro canto, anche il regista poté dare adito ad un estro artistico che da lungo tempo voleva portare in scena: diventare regista d’opera. Iniziarono con Vestale di Spontini del 1954, e l’anno seguente i due più grandi personaggi agognati dalla Callas diventano realtà. Dapprima la Sonnambula di Bellini e poi La Traviata di Verdi: queste opere segnarono l’incoronazione per la cantante a prima donna, a Diva, a grande artista che oltre alla voce metteva in scena capacità teatrali che andavano ben oltre a quelle vocali. Già rare e probabilmente mai raggiunte successivamente.

“Coloro che chiedono agli accorgimenti della regia di modernizzare le “pizze” del nostro vecchio repertorio sono serviti e possono accorrere ad ammirare l’interpretazione che Luchino Visconti ha dato del capolavoro verdiano. Non so se vi scopriranno l’opera di Verdi come l’autore l’ha concepita; ma vi troveranno uno spettacolo quasi completo, che sta a sé e che solo qua e là sembra ricordarsi del suo dovere di aiutare alla comprensione di qualcos’altro.”

Questa fu la critica di niente meno che Eugenio Montalen, in cui il regista riuscì ad adattare la Callas a Violetta, più che il contrario. Ancora oggi, la sua creazione è una pietra miliare per la storia del teatro e della regia.

La Callas diede sempre interpretazioni sopra le righe dei suoi personaggi, soprattutto in quelli che vengono definiti i suoi anni d’oro (1951-1957), soprattutto dopo il suo dimagrimento all’inizio dei Cinquanta. Perse 36 chili durante i suoi spettacoli: i maligni dicono che ingerì volontariamente il verme solitario. Forse, fu una disfunzione ghiandolare dovuta ad una particolare dieta a renderla così magra: sicuramente una figura atipica per un soprano. Da allora cambiò completamente la sua immagine: la pedissequa imitazione di Audrey Hepburn divenne sempre più palese, soprattutto per un trucco così raffinato che forse poco donava al suo volto con quei tratti così mediterranei ed importanti. Il naso costantemente all’insù, un po’ arricciato. Lo chignon e la frangetta, accostati a vestiti che sottolineavano sempre più la sua silhouette. Ma non si può ridurre tutto al suo cambiamento di immagine: divenne una donna forte, determinata. In poche parole, divenne un’artista vera: dalla piccola sparuta ragazzina greca, cresciuta negli USA e rifiutata ai provini, ora era alla Scala, all’Arena di Verona e in ogni palco del mondo.

Ma, come ogni donna, fu l’amore la sua vera fragilità: sempre rimasta fedele al suo Meneghini, abbandonò il marito imprenditore, per il ricco e affascinante Aristotele Onassis. Che, però, nel 1968 la abbandonò per Jacqueline Lee Bouvier, vedova di J.F. Kennedy, con un rigido accordo pre-matrimoniale alquanto costoso. La povera Callas rimase sola e senza il figlio avuto da lui ma che, appena nato, morì per insufficienza respiratoria.

callas-maria-520c3bb3d0e64Nulla rimase a Maria, Diva del bel canto e senza più amore: il suo declino vocale, probabilmente, non dipese solo dall’estenuante vita musicale che fece.

La Callas sapeva unire la tecnica sopraffina di contralto a quella di soprano, toccando note estremamente basse fino ad arrivare a un mi naturale, anche se voci di corridoio sospettano che riuscisse a avere un fa naturale di petto. Ma oltre ad un enorme tecnica, sapeva contare di espressività e drammaticità che solo le grandi donne dell’opera dell’Ottocento sapevano toccare.

Proprio questo suo continuo cambiare da uno stile all’altro, sfruttando le sue tonalità di contralto tanto quanto quelle di soprano, resero difficile per le sue corde vocali reggere il pesante carico.

Ma rimane questo il suo grande pregio: aver riportato in auge opere che nessuna prima di lei riuscì a performare. E forse nemmeno dopo.

Si potrebbe certo indagare sulla sua vita, cercare ovunque lo sporco, i problemi, le contraddizioni. Ma nessuno mai potrà ignorare il suo canto: anche quando venne continuamente colta da attacchi di afonia, rimase capace di performance che, le cantanti di oggi, sognano solo senza poter raggiungere mai.

Alfredo:

Un dì, felice, eterea,
Mi balenaste innante,
E da quel dì tremante
Vissi d’ignoto amor.
Di quell’amor, quell’amor ch’è palpito
Dell’universo, Dell’universo intero,
Misterioso, Misterioso altero,
Croce, croce e delizia, .
Croce e delizia, delizia al cor.

Violetta:

Ah, se ciò è ver, fuggitemi,
Solo amistade io v’offro:
Amar non so, nè soffro
Un così eroico amor.
Io sono franca, ingenua;
Altra cercar dovete;
Non arduo troverete
Dimenticarmi allor.

La Traviata

Marta Merigo per 9ArtCorsoComo9

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