#1B1W: La Confraternita dell’Uva

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12355259_10208123225346901_1974742785_nNon è la prima volta che leggo questo libro, ma la sua bellezza mi lascia sempre incredula, quasi come se non ne conoscessi la storia, la scrittura, ma soprattutto l’autore, John Fante. Perché John Fante non è uno qualunque, signori! Eh no, lui è LO scrittore per eccellenza, colui che riesce a raccontare scorci di vite semplici lasciando incollati alle pagine dei suoi libri; colui che ha la capacità di raccontare sé stesso tra le righe di una storia sgangherata e fa commuovere, divertire o incazzare con una profondità tale da rimanere affamati di quel racconto anche a libro finito.

La Confraternita dell’Uva è di questo che parla: della storia di Fante, o meglio di Henry Molise, figlio di immigrati italo-americani, ma soprattutto di Nick Molise, padre-padrone alcoolizzato, maschilista, rozzo e prepotente, autodefinitosi “il più grande scalpellino d’America” (“Lui era qualcosa di più che il capofamiglia. Era giudice, giuria e carnefice, Geova in persona”).

Henry, ormai affermato scrittore a Los Angeles, si trova costretto a tornare a casa dall’imbarazzante famiglia Molise, per cercare di sedare le minacce di divorzio tra i genitori. Arrivato a destinazione, scopre che il litigio di mamma e papà è presto risolto, ma si vede ormai costretto a partecipare a una bizzarra missione che Nick ha in mente di intraprendere con lui: costruire un affumicatoio di pietra in montagna. Organizzata con la famosa confraternita del titolo, ovvero una combriccola di  alcolizzati amici di papà Molise e assidui frequentatori del Caffè Roma (“Erano una ghenga di strambi, irascibili, duri individui da previdenza sociale: gente ringhiosa, frontale, vecchi bastardi maligni e aspri, che però se la spassavano colo loro spirito crudele e i modi profani del loro cameratismo”), la missione avrà presto dei risvolti nascosti per il protagonista.
In effetti, durante il viaggio, Henry ritroverà e imparerà finalmente ad accettare le proprie radici, ma soprattutto riscoprirà la propria identità nel rapporto con il padre.

12367091_10208123225506905_1179759261_nÈ una storia semplice questa, ma la scrittura magistrale di John Fante Alighieri (così lo definisce Vinicio Capossela nella sua introduzione) la rende un piccolo capolavoro datato 1974.
È anche un promemoria delle difficoltà e delle ingiustizie che molti italiani incontrarono quando dovettero emigrare negli Stati Uniti, “Creature di sangue africano, che girano con il coltello, figli di una nazione nelle mani della mafia” (vi ricorda qualcosa amici?).
Ed è soprattutto un inno alla famiglia, al duro lavoro, alla buona cucina, ai valori dell’amicizia e -sembra incredibile a un primo sguardo, ma è così- all’importanza del rispetto.

Giulia Caligiuri per 9ArtCorsoComo9

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