Quando l’Arte non si distingue più dalla realtà, è Arte?

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I visitatori dell’Art Basel di Miami devono essere abituati alle perfomance artistiche più estreme, infatti, durante l’ultima edizione, quando hanno visto una donna sanguinante chiedere loro aiuto, non hanno mosso un dito.

Pensavano fosse qualche strana nuova idea di un’artista. La donna, coperta di sangue, in realtà era una visitatrice come tante altre che, però, era stata accoltellata da un’altra donna.
Solo dopo un po’ qualcuno si è accorto che si trattava di una persona veramente ferita, e non di un’opera d’arte mobile, e sono stati chiamati allora i soccorsi e sono scattate le procedute antiterrorismo.

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La povera vittima

Chissà, se fossero entrati due uomini dai tratti mediorientali muniti di mitra ci si sarebbe mobilitati subito: ma di fronte ad una povera donna sanguinante e implorante tutti hanno continuato a visitare il museo come se nulla fosse.
La donna ferita sta bene, mentre la sua attentatrice è stata arrestata.

Certo, questo caso dimostra come il limite tra arte e perfomance si sia assottigliato al punto da lasciarci inermi davanti a qualcuno che sanguina e chiede il nostro aiuto. Probabilmente i visitatori sono abituati alle opere della Abramović, che spesso si è misurata con la sua soglia del dolore e l’estraniazione da esso che si può avere durante una performance.

Rhythm 10, del 1973, la vedeva per esempio giostrarsi nel famoso gioco del coltello, quello in cui si conficca la punta della lama fra le dita. Ogni volta che si tagliava, l’artista prendeva un altro coltello: così per venti volte. Alla fine, doveva ripetere le stesse precise identiche mosse da capo, seguendo quanto avvenuto la prima volta.

Ma questo è niente rispetto a Rhythm 0, del 1975, quando si presenta in pubblico a Napoli e rimane sdraiata circondata da armi. Per questa perfomance afferma che non si difenderà in nessun modo. Gli spettatori, un po’ increduli, le hanno prima solo strappato le vesti: ma, una volta capito che avrebbero potuto tranquillamente stuprarla e lei non si sarebbe mossa, è scattata la sicurezza per preservare la sua incolumità. Anche se, comunque, il pubblico le aveva già inciso la pelle.

Ma la Abramović si è spesso cimentata nell’autolesionismo, cercando di comprendere quanto avanti potesse spingersi la sua insensibilità durante le sue opere: in Rhythm 5, nel 1974, è svenuta per il troppo calore emanato dalla stella di petrolio cui si era posta davanti. Alla fine si è anche molto risentita: essere priva di sensi non le ha permesso di performare, essendo lei senza sensi.

Lips of Thomas (1975) l’ha vista anche incidersi la pancia e fustigarsi, in un’ampia metafora sull’espiazione dal peccato nelle varie religioni, come quella cristiana; una purificazione attraverso il dolore. In questa sua perfomance si era anche appoggiata ad un enorme croce di ghiaccio, mentre dell’aria calda le bruciava la stella incisa sul ventre: gli spettatori sono intervenuti per salvarla dal congelamento.

Paradossalmente, qui gli spettatori sono intervenuti comunque a salvarla. A Miami, i visitatori, ignari, non hanno alzato un dito: strano, solitamente una perfomance viene comunque annunciata, stabilita. Anche perché, spesso, l’artista non vuole essere disturbato nel suo lavoro, per quanto possa essere pericoloso. Ma, in quel caso, erano tutti convintissimi che fosse solo l’ennesima stravaganza di qualche artistoide che voleva imitare Marina, che ha addirittura lavorato con Lady Gaga, essendo considerata una delle migliori artiste del nostro tempo.

Certo, l’Arte è cambiata, e ormai ci siamo abituati un po’ a tutto: sono certo finiti i tempi in cui si rimaneva ad osservare un quadro, in silenzio, in un museo. Oggi l’esperienza artistica investe i più diversi campi, diventando sempre più estrema, strabiliante: proprio come Duchamp fu un genio con il suo particolare gesto di usare un orinatoio come installazione, così tutti gli artisti cercano di stupire il pubblico allo stesso modo. In un mondo in cui abbiamo già avuto un Picasso, un Dalì, un Michelangelo e un Giotto, è difficile dare allo spettatore qualcosa che non si aspetta, che lo lasci basito e che non lo faccia solo dire “potevo farlo anche io”.

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Rhythm 5

Ma, oggi, è lo spettatore che non capisce più l’Arte, e quindi non la apprezza più, o viceversa è l’Arte a essere diventata troppo autoreferenziale e sempre meno esplicativa? L’indifferenza dello spettatore è arrivata a essere così smaccatamente pigra da non tendere la mano ad un essere umano sanguinante, nell’idea che si tratti di Arte. Senza nemmeno farlo attraversare dal minimo dubbio.

Forse perché, purtroppo, siamo talmente magnanimi dal definire tutto Arte, anche ciò che è solo un ammasso di spazzatura o una donna che fissa il vuoto.

In un mondo vuoto di significati, il prodotto artistico per comunicare ha bisogno sempre e costantemente di un’esegesi, di qualcuno che ci spieghi cosa significa e come tradurre certi messaggi.

Certo, è pur sempre un modo di fare Arte.

Ma l’esperienza estetica, l’Arte bella, quella che oltre ad avere enormi significati intrinsechi sia anche bella da ammirare, dov’è? Osservare per il semplice gusto di farlo, per soffermarsi solo in un secondo tempo sui messaggi, lo possiamo fare ancora? O questo discorso vale solo davanti all’Arte rinascimentale, medievale, moderna? Chissà, forse sono troppo chiusa mentalmente per capire le nuove correnti artistiche (ammesso che esitano), e quindi non posso pavoneggiarmi come raffinata intellettuale con il catalogo dell’ultima mostra di arte contemporanea sotto al braccio.

Il vero problema, però, non è che gli spettatori come me non comprendono più l’arte.

È che, nel momento in cui tutto diventa Arte, niente lo è più.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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