Ma questo è un malocchio! Il ricordo a Marty Feldman

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La macchina da presa si muove e si compiace nello scrutare teschi disposti per ordine di decomposizione. Incrocia un “morto da tre anni”, seguito da un “morto da due anni” e poi da un “morto da sei mesi”. Ma è il teschio più giovane quello che desta maggior sorpresa, e non solo perché si risveglia bruscamente terrorizzando il Dottor Frankenstein: il “morto di giornata” ha i fantasiosissimi tratti somatici del compianto Marty Feldman, che fa sfigurare i suoi più convenzionali colleghi in una celeberrima sequenza tratta da “Frankenstein Junior” (1974, Mel Brooks).Marty Feldman #4

L’inimmaginabile Feldman, morto il 2 dicembre 1982, è nato a Londra l’8 luglio 1934, e gli è bastato pochissimo tempo per stregare il pubblico cinematografico… o meglio, si è fatto bastare quei pochi anni che gli sono stati concessi, visto che è morto improvvisamente durante le riprese di “Barbagialla, il terrore dei sette mari e mezzo” (1982, Mel Damski), una clamorosa svendita di comici inglesi e americani. Vi troviamo infatti un bel po’ di Monty Python, nonché la metà del cast del succitato “Frankenstein Junior”: oltre a Feldman, ci sono anche il “mostro” Peter Boyle e la fatalissima Madeline Kahn.

È palese come sia bastato “Frankenstein Junior” per incidere nell’occhio dello spettatore gli angoli acuti del volto di Feldman e le sue battute sorprendentemente ottuse, tradotte in modo astutamente paradossale nella versione italiana, arrivata nelle sale nostrane il 18 luglio di quarant’anni fa.

Il doppiaggio del film, curato da Mario Maldesi, è annoverato tra le ragioni d’essere dell’orgoglio nazionale: in molti, facendo il confronto con i giochi di parole dell’originale, hanno sostenuto che molte battute fossero state rigenerate da uno spirito surreale che le sollevava in qualche caso dalla semplice routine.

Il caso più celebre è presumibilmente quello del fraintendimento della battuta di Inga – “Lupo ulula…” – da parte di Aigor/Marty Feldman, che dà la memoranda risposta non richiesta “Lupo ululà, castello ululì”. In originale, più piattamente, Inga sentiva l’ululato in questione e, impaurita, esclamava con accento teutonico “Werewolf…”, e Marty replicava, puntando il dito, “There, wolf. There, castle”.

In ogni caso, la comicità di Feldman non necessitava il pur gradito aiuto del doppiaggio (la sua gracchiante voce italiana è Gianni Bonagura). Infatti, nella sua seconda – e, ahinoi, ultima – collaborazione con Mel Brooks, Marty tace dall’inizio alla fine, come tutti i suoi sodali del resto: il film in questione è “Silent Movie” (1976), tradotto meno evocativamente come “L’ultima follia di Mel Brooks”. In questo caso, Marty – sgravato dal peso della gobba del suo Aigor – può proporsi come erede di una lunga tradizione di marionette senza fili. Le acrobazie non sono circoscritte alle linee scoscese della sua faccia: come una pallina di gomma, può combattere con le porte degli ascensori, scontrarsi con la fiumana di ballerini che lo separano dalla biondona che sta abbracciando con i suoi occhi divaricati, e ballare un tango demenziale con Anne Bancroft, con sguardo carico di drammatica passione.Marty Feldman #2

“L’ultima follia di Mel Brooks” si propone di resuscitare la slapstick comedy, e chi meglio di Marty può facilitare questo compito, specie se coadiuvato dai gommosi habitué dei film di Brooks?

Nel film a Feldman si affianca il pacioccone Dom DeLuise, il quale è un clone del rotondo “Fatty” Arbuckle, partner, in numerose folgoranti comiche, dell’infrangibile Buster Keaton, la cui tomba si trova a pochi passi da quella di Feldman presso il Forest Lawn Memorial Park. Ma se Keaton doveva perlopiù schivare, con il suo corpo elastico, le minacce che lo assediavano, Feldman è lui stesso una minaccia: gli basta un roteare d’occhi o un sadico digrignar di denti per favorire una comica catastrofe.

Andrea Meroni per 9ArtCorsoComo9

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