E-Motion Pictures – Il Racconto dei Racconti

0 592

Tra pochi giorni verranno inseriti nella library del MoMa di New York, ben dieci pellicole italiane considerate vere e proprie opere d’arte.
I dieci titoli sono: Racconto dei Racconti di Matteo Garrone, Le Meraviglie di Alice Rohrwacher, Sacro Gra di Gianfranco Rosi, Cesare deve morire di Paolo e Vittorio Taviani, Terraferma di Emanuele Crialese, Gomorra di Matteo Garrone, Le chiavi di Casa di Gainni Amelio, Buongiorno, Notte di Marco Bellocchio, Il Mestiere delle Armi di Ermanno Olmi e La Stanza del figlio di Nanni Moretti.

I film sono tutti ben rappresentativi del cinema contemporaneo italiano e sono tutti co-prodotti da Rai Cinema, alla quale lo stesso MoMa dal 4 dicembre dedicherà la rassegna Italian Film, 21st-Century Style: A tribute to Rai Cinema, e con l’occasione, verrà proiettato per la prima volta negli States il Racconto dei Racconti di Garrone, adattamento cinematografico della raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, risalente al XVI secolo.

Nel suo famoso saggio, Vladimir Propp, infatti, definiva la favola come un racconto in cui, da una situazione iniziale perturbata da un avvenimento nefasto, attraverso una serie di svolte e avvicendamenti narrativi, si giungesse ad una risoluzione finale. La sua lunga querelle con Lévi-Strauss, che lo accusava di eccessivo formalismo, di un’ossessione per l’esteriorità della resa romanzesca e per lo storicismo che di fatto annullava l’universalità del messaggio fiabesco, non è diverso dalle molte critiche che sono piovute addosso a Matteo Garrone nel presentare il suo film il Racconto dei Racconti a Cannes. In concomitanza con l’uscita del film in Italia, ho letto molti commenti sul web di spettatori assolutamente scontenti della visione di un film che, apparentemente, prometteva tanto e ha mantenuto poco.

Sia chiaro: a me, questo film, è piaciuto tantissimo. Mi ha invece spiazzato (ma non capisco perché, considerato che ormai dovrei esserci abituato) l’acredine incredibile con cui il pubblico italiano, e parte della critica, ha giudicato questo lungometraggio.

Matteo+Garrone+Il+Racconto+Dei+Racconti+Press+3FQVMjbqlowl
Garrone nella conferenza stampa a Cannes

L’accusa più comune è riservata alla sceneggiatura, rea di essere sconclusionata, senza scopo, con personaggi abbozzati che girano in tondo senza sapere trovare un loro posto all’interno della storia. In molti hanno invece premiato la fotografia, che però è aiutata tantissimo dagli scenari utilizzati già di per loro particolarmente spettacolari, o la musica, con il nome fidato di Alexander Desplat a firmarla, i costumi, il montaggio. Alcuni hanno criticato la scelta del casting, come se le esigenze e la visione artistica di un regista fosse, per forza di cose, necessariamente ancorata alla sua localizzazione geografica. Ma, come dicevo in apertura, sono stati la sceneggiatura e i personaggi le vittime più martoriate di questa crociata.

Lucidamente, sono critiche che posso capire. Se non fosse stato un film tratto da una raccolta di favole, avrei potuto addirittura condividerle.

Effettivamente i personaggi sembrano esistere soltanto in funzione di un singolo scopo, sono monodimensionali, a volte non si danno spiegazioni esplicite sul perché del loro comportamento. Se si trattasse di un film normale, Garrone avrebbe preso un’enorme cantonata.

Ma non si tratta di un film normale: il Racconto dei Racconti è una favola visiva, rende onore al genere da cui è tratto riportandone sullo schermo stilemi, caratteristiche e potenza del messaggio. È quindi del tutto naturale che i personaggi ci sembrino abbozzati con l’accetta, siano privi di un background che ci permetta di empatizzare con essi. È proprio in questa vaghezza fumosa che risiede la potenza del film, e della favola: la regina di Selma Hayek non è una madre qualunque, è LA madre, è il simbolo in carne e ossa dell’amore materno avvelenato da egoismo e superbia, la corruzione di un sentimento puro in nome di classismo e snobismo. Il fatto che l’espiazione di questi sentimenti passi per una vera e propria trasformazione mostruosa la dice lunga su ciò che Garrone si era prefissato come obbiettivo.

Il simbolismo che fluttua per tutta l’opera, quella di Basile prima, e quella di Garrone adesso, è la lente d’ingrandimento attraverso cui bisogna vedere e giudicare questo film. L’esperienza umana che i personaggi riassumono in sé ha un’eco così grande, così universale che si ancora perfettamente nel subconscio di tutti noi. I paragoni (soprattutto stranieri) con opere come Game of Thrones o con favole molto più commerciali (Disney in primis) falliscono di fronte al cuore pulsante dell’ispirazione di Basile e di Garrone. Non c’è puro intrattenimento, non c’è la necessità di parlare ad un pubblico il più vasto possibile: basterebbe informarsi un minimo sul ruolo che la favola occupa nella tradizione letteraria mondiale, per poterlo apprezzare appieno. Sono convinto che solo allora, anche il critico più accanito sarebbe costretto a rimangiarsi ogni sua perplessità, infatti anche l’occhio severo degli esperti americani ha deciso di premiarlo.

Giulio Scollo per 9ArtCorsoComo9

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.