Festa Mobile di Hemingway diventa baluardo per i parigini

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Festa Mobile è un romanzo di Hemingway uscito postumo nel 1964, dopo il suo suicidio nel ’61.

Ma oggi, questo libro poco conosciuto dai più, è praticamente esaurito in tutte le librerie di Parigi e, più in generale, in Francia. Nell’ultima settimana, fatta di commemorazioni e silenzio, la copertina di questo romanzo è comparsa molto spesso.

Cosa è successo ai francesi? Perché comprare tutti un libro postumo e, in realtà, mai completato ad Hemingway?

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Hemingway

Il romanzo mescola, come spesso capita nella produzione dell’autore, elementi di realtà a fantasia e eventi mai accaduti: l’autore parla della Parigi degli anni Venti, quella del formicolio intellettuale che vedeva nella città della Tour Eiffel tantissimi artisti, scrittori e non solo. Lui, grazie alla magica Parigi, ottenne rilevanza, ottenne un nome: fu qui che conobbe Gertrude Stein e tutto il rimescolio di persone si aggiravano attorno a lei, che poté vantare un (oggi famoso) ritratto fatto da Picasso. Erano gli anni in cui, seduto ad un tavolino di un bar, potevi incontrare Ezra Pound, Scott Fitzgerald, o magari un giovane Joyce che proprio a Parigi conobbe Hemingway: quest’ultimo, ben più corpulento e abituato alle bevute, era lo scudo di difesa del gracile autore di Dubliners, che, a quanto pare, soleva nascondersi dietro all’amico per evitare le scazzottate.

“Si finiva sempre per tornarci, a Parigi, chiunque fossimo, comunque essa fosse cambiata o quali che fossero le difficoltà, o la facilità con la quale si poteva raggiungerla. Parigi ne valeva sempre la pena e qualsiasi dono tu le portassi ne ricevevi qualcosa in cambio. Ma questa era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici.”

da Festa Mobile

Il libro raccoglie aneddoti, alla base veritieri, che parla di quello stato di grazia che visse la città dal 1921 al 1926: artisti come Matisse o Braque si trovavano a casa della Stein a discutere, a divertirsi, a fare grandi disquisizioni filosofiche e stilistiche, come le lezioni di stile che Gertrude impartiva ai suoi ospiti.

Eccola lì, la Generazione Perduta: mi pare di vederli, Joyce e Hemingway davanti ad una birra, mentre Dalì passa distratto e Picasso cerca di scomporre la realtà attraverso le luci di una finestra.

Proprio in Festa Mobile, l’autore di Il vecchio e il mare dice la verità sull’origine della definizione di Generazione Perduta, proprio nel capitolo “Une Generation Perdue”: il termine venne in realtà coniato dal proprietario del garage dove la Stein teneva la sua Ford T. Quando riuscì a ripararlo, il meccanico esclamò “siete tutta una generazione perduta…”. Raccontandolo ad Ernst, Gertrude aggiunse:

“Questo è ciò che si è. Questo è ciò che tutti sono … tutti voi, giovani che avete prestato servizio nella guerra. Voi siete una generazione perduta”.

E fu allora che Hemingway si chiese: chi è che definisce una generazione perduta?

A distanza di anni, possiamo certo dire che quella che abitava Parigi in quegli anni era, forse, la generazione migliore del ‘900, che produsse nuovi correnti pittoriche come il surrealismo o il cubismo, e ci regalò il modernismo in letteratura. Cosa sarebbe oggi il mondo senza l’Ulysses di Joyce, o senza il Massacro in Corea di Picasso?

Questo stato di grazia della capitale francese ci è stato donato da Woody Allen in Midnight in Paris del 2011: uno scrittore pieno di dubbi, Gil (Owen Wilson), per un magico incanto dopo la mezzanotte si troverà proprio in quella Parigi degli anni ’20. Fitzgerald con la moglie Zelda, Dalì, Picasso, Cole Porter, Toulouse-Lautrec, Gaugin e Degas: l’età dell’oro del Novecento, che diete origine a tanti grandi artisti, è stata riportata alla luce da Allen con una leggerezza e una patina dorata di fantasia da rendere un sogno fantastico la sua pellicola, anche nei momenti in cui i personaggi devono fare scelte o affrontare dei momenti dolorosi.

Nel film, Hemingway (Corey Stoll) viene ritratto come un uomo un po’ burbero, conciso, tagliente: perché, in realtà, i personaggi qui parlano e si atteggiano più in base al loro stile che alla loro vera personalità. È come fossero i loro libri, o le loro tele, a dettare i loro comportamenti: la scrittura concisa e mai barocca di Ernest si traduce in frasi brevi, a tratti burbere. Sempre con il broncio di chi, forse, prende la vita fin troppo sul serio.

Ma è proprio lui a dare al nostro Gil le lezioni più importanti su come diventare uno scrittore. E risulta assolutamente credibile.

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Una scena del film

Purtroppo, si tratta solo di un film e non è possibile per noi, oggi, andare davvero nella Parigi degli anni ’20.: ma i parigini, che tanto hanno e stanno sopportando in questi giorni, è quella la città che vogliono amare e vivere.

La patria dell’età dei Lumi e della Rivoluzione Francese, che fu crogiuolo per personalità di questo calibro, vuole ricordarsi al suo meglio, e non al suo peggio.

E cosa può farlo meglio di un racconto autobiografico di un premio Nobel?

Il fermento culturale, allora, non rese immune la loro patria dall’arrivo della Seconda Guerra Mondiale, né dagli abbruttimenti dell’uomo moderno. Ma ha reso, oggi, la nostra letteratura e la nostra arte un patrimonio culturale mondiale, nato proprio all’ombra della Tour Eiffel. La stessa Tour Eiffel che si è spenta in ricordo delle sue vittime.

Perché un libro, per quanto ancora qualcuno voglia farci ricredere, può salvare il mondo intero: perché ci ricorda che siamo umani, è vero, e che ci facciamo del male. Ma è anche una testimonianza eterna di quanta bellezza può essere capace un uomo.

La vera generazione perduta, forse, oggi siamo noi. Ma siamo ancora liberi di sperare che quella che ci ha preceduto venga a salvarci con le sue parole, i suoi colori, le sue invenzioni.

 “Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagna perché Parigi è una festa mobile.”

da Festa Mobile

Marta Merigo per 9ArtCorsoComo9

 

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