Inflatable Refugee, un’opera per non dimenticare i profughi

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Inflatable Refugee

Nelle acque antistanti la basilica di san Marco a Venezia è comparso pochi giorni fa, lunedì 16 novembre per la precisione, un profugo formato gonfiabile alto 6 metri a bordo di una piccola imbarcazione. Un’installazione volta a mantenere viva la questione degli immigrati e dei disperati costretti a lasciare la propria terra natia.

L’opera è opera di un collettivo artistico belga, Schellekens & Peleman, che ha saputo cogliere le problematiche dell’attualità legate alla Geo-Politica e al disumano viaggio a cui sono costretti migliaia di civili e delle condizioni al limiti del disumano con cui spesso sono trattati. Il materiale utilizzato per realizzarla è lo stesso di cui sono costituiti i gommoni utilizzati per le traversate, e la dimensione imponente dell’opera vuole rappresentare la grandezza del fenomeno “problema e al tempo stesso opportunità per l’Occidente che lo respinge o lo accoglie“, per parola degli stessi artisti.

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Schellekens & Peleman

L’Inflatable Refugee dopo aver fluttuato nella Laguna, toccherà anche altre città come Roma, Parigi, New York e Honk Kong, portando in giro per il mondo il dramma dei flussi migratori e dei conflitti che li provocano in maniera così copiosa e incontrollata. La precarietà di queste persone, che su mezzi inadatti per affrontare le onde del Mediterraneo, continuano a mettere in pericolo la propria vita.

 Schellekens & Peleman non si sono fermati qui: tra le acque scure di Venezia serpeggia sempre in questi giorni,  anche Drowning Wo/Man, un’iperrealistica rappresentazione di una dei due artisti, Schellekens, in versione profugo aggrappato ad un salvagente, ispirata alla foto di una profuga tra le onde mediterranee.

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I profughi di Dismaland

Quello degli artisti belgi non è il primo caso di arte di denuncia nei confronti del trattamento inumano a cui sono sottoposti i profughi. Un precedente celebre lo abbiamo visto pochi mesi fa a Dismaland, parco dei divertimenti/installazione rappresentante una Disneyland distrutta, decadente e orrorifica, dove nella piscina troneggiava un barcone pieno di profughi. Si pensava che una volta chiuso il parco, l’area venisse adibita a centro d’accoglienza per i profughi. Invece, il giorno della chiusura, avvenuta il 27 settembre scorso, lo stesso Banksy ha dichiarato sul sito di Dismaland, la volontà di trasferire il parco a Calais, presso Jungle, la baraccopoli abusiva costruita dai migranti che tentano di arrivare in terra d’Albione. Non si hanno stime precise, si parla di circa 5mila i siriani, libici ed eritrei, ma potrebbero essere anche di più. Ad ogni modo l’arte uscirà dalla sua teca e diventerà utile davvero.

Le tensioni internazionali non sembrano cedere il passo alla distensione, comportando scontri, disperazione e flussi migratori incontrollati: l’arte, sensibile per sua natura al mondo che la circonda, sta cercando di dare il suo contribuo a ricordarci il grave problema che abbisogna di una quantomeno provvisoria soluzione al più presto, e che i profughi sono semplicemente, esseri umani come noi.

Carlotta Tosoni per 9ArtCorsoComo9

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