“L’Arte come Terapia”: l’arte, una cura per l’anima

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L’arte fa bene all’anima. Dovremmo imparare ad assorbirne sempre di più, lasciarla permeare la nostra vita e la nostra esperienza. Adesso anche una ricerca americana, condotta da Harold J. Dupuy, conferma quanto la cultura e la fruizione dell’arte influenzino positivamente la salute psicofisica delle persone. Infatti, la contemplazione di un’opera d’arte produce una scarica di dopamina, quel magico neurotrasmettitore che regola il nostro umore. Insomma ci fa sentire bene come mangiare un pezzo di cioccolato. Ma anche in Italia, patria della Bellezza, ci siamo pronunciati sull’argomento: un’altra ricerca, svolta dall’Istituto Clinica Humanitas di Milano, ha provato che il bello può avere effetti sulla mente più potenti dei farmaci. Proprio così, è capace di farci sentire meglio, risollevarci l’umore e magari prevenire situazioni di malessere, depressione o anche solo scoramento.
Insomma, la cura ideale è farsi un bagno nell’esteticamente piacevole, una dose di meraviglia, un’abbuffata di abilità, creatività e comunicazione artistica.

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L’Arte come Terapia

È un po’ quello che ci spiegano Alain de Botton e John Armstrong nel loro L’Arte come Terapia, un manuale che spiega come approcciarsi alla vita cercando di migliorarla proprio attraverso l’arte, mezzo per risollevarci in un momento oscuro della nostra esistenza, o per migliorare quest’ultima se già si svolge positivamente, poiché l’arte non ha controindicazioni.
I sette punti chiave del libro sono la memoria, intesa come il ricordo della bellezza di un’opera che ci ha colpito, la speranza disarmante offerta dalla visione del mondo dell’artista, che ne sa cogliere anche gli aspetti migliori, il dolore, sublimato dall’arte che è capace di elevarlo a uno stato superiore, la motivazione, ovvero quella propulsione al miglioramento di noi stessi che un’opera sa trasmetterci, anche nei momenti più duri. E ancora, la consapevolezza di sé, poiché l’arte sa essere spiazzante e costringerci a un confronto con noi stessi, la crescita, obbligata quando ci si scontra con mondi sconosciuti, e l’apprezzamento, spesso dimenticato nella quotidianità dove tutto concorre a cancellare la bellezza che ci contorna, è obbligato a palesarsi davanti ad un’opera d’arte, quando ciò che ci piace provoca inevitabilmente un’emozione.

Ma la passeggiata in un museo è anche uno strumento per rallentare il ritmo della vita, le pressioni a cui siamo abituati, è una sorta di scollegamento vero e proprio: la comunicazione col mondo esterno viene interrotta per poterci concentrare totalmente sull’esperienza che stiamo vivendo, più che in ogni altro contesto. Un’esperienza da vivere in solitudine, non ci sarà foto su instagram (con conseguente hashtag) che sarà capace di dare qualcosa di più a quel momento che si sta vivendo.
Per i corridoi delle gallerie le persone parlano a bassa voce, con sacralità, non religiosa ma più terrena che mai, devote a ciò che di più alto ha prodotto l’uomo. Ed eccoci anche noi, camminare lentamente e circospetti, immersi nei nostri pensieri, concentrati a cogliere ogni più piccolo dettaglio.

Visitors view paintings by Norwegian artist Edvard Munch at the Kunsthalle Schirn in Frankfurt, Germany, Tuesday, Feb. 14, 2012. The Schirn arts exhibition hall hosts a Munch exhibition of around 130 paintings from Feb. 9 to May 13. 2012. (AP Photo/Michael Probst)Usciamo dai grandi musei sempre stravolti, con le gambe doloranti e una stanchezza reale, ma il cuore più leggero, gli occhi pieni di incanto, consapevoli di aver imparato qualcosa di nuovo che ci ha aperto un mondo, che ci ha fatto capire cose fino ad allora oscure, ci ha fatto cogliere citazioni o omaggi, ci ha scatenato una voglia di saperne di più di approfondire e di conoscere meglio un artista. Non potremo mai sapere tutto, ma ne vogliamo sapere di più.

Osservare capolavori poi, non fa che risvegliare la sopita creatività che si faceva largo in noi nell’infanzia, quando disegnavamo, costruivamo, inventavamo, creavamo giochi, personaggi, storie. Siamo messi di fronte a qualcuno che non ha lasciato scorrere via quella voglia di fare qualcosa di nuovo. Abbiamo qualcosa da dire e finalmente sapremmo come farlo, anche solo nei nostri sogni più incredibili, ma c’è.
Non a caso, l’arte è usata come mezzo per riabilitare, coinvolgere e salvare dall’isolamento le persone di qualsiasi età (come a Lisbona, dove l’associazione Lata 65 trasforma gli anziani in abili street artist), perché è terapeutica, è salutare, è meglio di qualsiasi sostanza naturale e non per il nostro mal di vivere.

L’arte ci fa davvero bene, cosa aspettiamo a farla entrare ancora di più nelle nostre vite?

Carlotta Tosoni per 9ArtCorsoComo9

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