“Janis” è al cinema: ecco il documentario su Janis Joplin

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Janis è al cinema: ecco il documentario su Janis Joplin

Dopo la presentazione alla Biennale di Venezia, finalmente è arrivato nei cinema: Janis, il documentario sulla vita di Janis Joplin, folle cantante statunitense, diretto dalla candidata al premio Oscar Amy Berg. La pellicola attraversa tutta la sua vita, dall’infanzia in Texas, la sua prigione natale, fino alla fama, alla indipendenza e alla dipendenza, alla morte.

Janis nasce il 19 gennaio del 1943: il padre lavorava in una fabbrica di lattine, la madre al college.

La sua infanzia e la sua adolescenza furono terribili: il sovrappeso e l’acne la porteranno ad essere eletta come Uomo più brutto di tutto il campus; anche quando raggiunse la notorietà, sentiva ancora il giogo di quegli anni in cui nessuno la invitò al ballo dell’ultimo anno. Nonostante fosse ormai una donna in carriera, una leggenda del rock, sentiva ancora di essere guardata dagli ex-compagni come la più brutta donna del pianeta.

Janis
Janis

Janis non era certo una bomba sexy, né ambiva ad esserlo: ma negli anni ’60, tra il blues e il movimento hippy, divenne la sex symbol della musica, simbolo femminile delle star musicali, contraltare di Jagger o Jim Morrison.

Ma non è la bellezza quella che ricordiamo di lei: o meglio, non la sua bellezza fisica. Janis aveva una voce da brividi, ed era una delle prime donne a salire sul palco e a mostrarsi per quello che era: una cantante. Lei salì sul palco di Woodstock, anche se fatta di eroina, e cantò; eccome se cantò. Fu lei che ci insegnò cos’è una front-woman: il gruppo dipendeva da lei.

La sua voce non è particolare solo per il suo timbro graffiato: sapeva essere anche delicata, profonda, blues. E poi la strofa dopo, senza nemmeno aspettartelo, diventava una tigre: potevi sentire tutta la sua grinta, la sua potenza che non ti aspettavi certo da una donna. Era femminile ma anche maschile, era sottile ma anche potente: ma, anche chi di canto non se ne intende, può sentire come tutto fosse comunque armonico. Anche quando sembrava che stesse urlando, che le sue corde vocali fossero in difficoltà, ti stupiva subito tornando ad una morbidezza che non sembrava davvero possibile.

Nella sua voce c’era tutto: lo sentivi, il suo dolore. Anche quando arrivava a strillare (se così possiamo definire le sue note sporche più alte), anche quando sembrava allegra o arrabbiata, la tristezza era lì.

Lei non era solo blues: era rock, era funky, anche un po’ punk. Era un’icona per chiunque voglia imparare come si canta davvero: le sue note sapevano accordarsi tanto alle note del basso quanto a quelle della chitarra, in alcuni virtuosismi così soul da ricordarmi, a tratti, Nina Simone.

L’amore, Janis, non lo troverà mai davvero: quando va in Brasile, trova un uomo e abbandona la droga; ma lui poi se ne va, lasciandola all’unica dipendenza che non ti lascia mai.

L’eroina.

Didn’t I make you feel like you were the only man? Yeah
An’ didn’t I give you nearly everything that a woman possibly can?
Honey, you know I did
And, and each time I tell myself that I, well I think I’ve had enough
But I’m gonna, gonna show you baby, that a woman can be tough

I want you to come on, come on, come on, come on and take it
Take another little piece of my heart now, baby
Oh, oh, break it
Break another little bit of my heart now, darling, yeah, yeah, yeah, yeah

Janis Joplin, Piece Of My Heart

Dapprima comincia nel 1966 con i Big Brother and The Hold Company, ma non riuscirà a stare a lungo in una band: la sua voce era troppo forte, lei emergeva troppo. Non le era più possibile stare con altri: si emancipò come donna, nella musica.

La Columbia Records la mise sotto contratto: I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama (1969) fu il suo primo album, e il suo manager fu Albert Grossman, che seguì anche, per farvi un nome a caso, Bob Dylan.

© Jim Marshall Photography LLC
Jimi Hendrix e Janis Joplin

Morì a 27 anni: venne trovata riversa tra il letto e comodino, e l’autopsia parlò di overdose di eroina, forse mischiata ad alcool. Era il 4 ottobre del 1970; un mese prima, moriva Jimi Hendrix: due grandi di Woodstock, che lasceranno esibizioni ancora oggi iconiche, perdevano la vita a distanza di pochi mesi.

Il suo singolo, uscito postumo, portava il titolo Buried Alive in the blues (Sepolta viva nel blues): così la ricordiamo, sepolta dalla sua musica. Mentre le sue ceneri vennero sparse nell’Oceano, lei rimane viva ancora nelle sue canzoni e, da oggi, in un film che attraversa la sua vita anche grazie alle sue strazianti lettere, commoventi quasi quanto la sua voce, lette da Cat Power –nella versione in lingua inglese-.

Janis Joplin aveva una caratteristica che, nella mia testa, la accomuna e delle grandi come Aretha Franklin o Whitney Huston (ho preso esempi volutamente diversi): quando cantava, faceva vedere la sua anima. Poco importava quali movimenti facesse, la sua espressione, i suoi vestiti: era la sua voce la protagonista in quel momento. Potevi quasi vederne i colori, da quanto era profonda e travolgente.

Janis era una vera cantante perché arrivava dove pochi, oggi, arrivano: ci metteva i sentimenti. Non era solo tecnica; era amore.

Quell’amore che non trovò mai negli uomini, e il cui vuoto riempiva con l’eroina: era soul e blues nell’anima.

Ora, dopo tutto questo, correte al cinema, perché sono sicura di avervi convinto della sua grandezza. E se così non fosse, sarà lei stessa a farlo.

Marta Merigo per 9ArtCorsoComo9

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