Ritratto d’Autore. Caravaggio

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La morte di Michelangelo, la nascita di Galileo, la chiusura dei lavori del Concilio di Trento: gli ultimi decenni del Cinquecento sono anni di grande fervore culturale, anni in cui l’ardore pittorico di Michelangelo Merisi, detto “Caravaggio”, si accende.
Nasce il 29 settembre 1571, e muore il 18 luglio 1610.

220px-Bild-Ottavio_Leoni,_Caravaggio Ragazzo lombardo e apprendista pittore, appena diciottenne arriva a Roma, portando con sé la filosofia dei gruppi “naturalisti” della regione natia, assertori di un’arte semplice, realistica, non “ideale”. Il suo viaggio lo porta a sud del Po. Non sappiamo quali strade percorse, ma in quel lembo di terra italiana può aver attraversato Parma, Bologna, Firenze, Assisi, forse Orvieto. Può aver ammirato Annibale Carracci, Masaccio, Giotto.

Giunto nella grande città “senza denari e pessimamente vestito”, conosce miseria e malanni, l’ospedale dei poveri e qualche lavoruccio di bottega che basta appena per vivere, e male.

I suoi primi soggetti sono delle nature morte. Nessun concetto astratto, nessuna metafisica: sulla tela c’è spazio solo per le cose come sono, indagate ed esplorate nelle loro relazioni di luogo, spazio e luce. Le cose, da sole, esprimono idee, filosofia e storia, perché da esse si sprigiona il presente.

Le gerarchie dei temi vengono smantellate, la realtà viene scrostata da miti, ideologie e falso decoro per essere riproposta così com’è, con la propria linfa e il proprio sangue. Caravaggio non  attua una rivolta plebea anzi, alla base della sua rivoluzione c’è una profonda conoscenza del panorama contemporaneo, dei fatti, delle opere, delle discussioni in atto. Semplicemente trasfonde il proprio animo popolare nei quadri che dipinge.

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Bacco, Caravaggio, Galleria degli Uffizi

Nonostante la tradizione lo descriva spesso come artista reietto e inviso, in realtà Merisi cattura ben presto l’attenzione di qualche potente e scavalca molti accreditati “maestri”. E se è vero che molte sue opere vengono rifiutate è altrettanto vero che appena un quadro è respinto, qualcun altro lo rileva. D’altra parte nelle sue composizioni si trovano un’articolazione immaginosa ma sorvegliata, una scienza dei ritmi e degli accordi, un disegno estremamente vigile e sensibile.

Ecco così il nostro artista di fronte all’impegno di dipingere “historie”, ovviamente alla sua maniera. Non rispetta alcun  schema prestabilito: che siano lombarde o romane, fastose o severe, le poetiche controriformiste si assomigliano inesorabilmente mantenendo un velo edificante o ammonitore. I popolani inoltre non sono più semplici spettatori oranti, infelici, appestati, plebe da guardare con occhi caritatevoli. No, sono i protagonisti: diventano il Cristo morto, san Matteo, la Madonna, sant’Anna.

In una vita che assomiglia ai suoi quadri, fra luci e ombre, Caravaggio conosce gloria, benessere ma anche momenti di crisi e invidia. I successi si alternano a zuffe e litigi, l’aria si fa pesante. E allora via, alla volta di Napoli, di Malta e della Sicilia, fino alla morte sul tragico litorale tirreno.

Ma Roma non seppe prendere coscienza di quella morte, né di quella vita. Per secoli lasciò in ombra la straordinaria occasione rivoluzionaria che l’opera di Caravaggio offriva. E toccò, da allora in poi, a rari uomini nuovi, a creatori solitari e convinti, riprendere in mano i fili di quell’occasione e perseguire l’idea della pittura come affermazione della verità delle cose, coscienza della vita e della morte (Renato Guttuso).

Andrea Crivellari per 9ArtCorsoComo9

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