La Grande Bellezza: l’Oscar al decadentismo?

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Ancora riconoscimenti per La grande bellezza di Sorrentino: il British Film Institute lo ha posizionato nella top 10 dei miglior film non di lingua inglese del decennio. Il film aveva già fatto man bassa di premi agli Oscar, ai Golden Globes, ai Bafta, agli European Film Awards, ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento.

Pare che la critica, italiana e straniera, non possa fare a meno di continuare a coprire di allori questa pellicola.

Ma una domanda mi assilla: Sorrentino è un genio incompreso dalle masse o è solo abile a far parlare di sé? E lo stesso giochetto si è riposto con il suo ultimo film, Youth, che ha affascinato gli spettatori per la sua poco volgare locandina, con un fondoschiena in primo piano di una bella fanciulla osservata da persone leggermente anziane. Ma i film non sempre rispecchiano le loro locandine, i loro trailer o le loro recensioni. Nel bene o nel male.

Ma qualche anno fa, sembrava che il La grande bellezza avesse salvato il nostro paese: una punta d’orgoglio dopo i disastri governativi che ci avevano fatto riconoscere ovunque. E imbarazzare. Sorrentino era l’Oscar per il miglior film straniero: e si sa, a noi italiani piace tanto il patriottismo se si tratta di cose futili.a-la-grande-bellezza

Io faccio personalmente parte di quella parte di italiani che non considerano il regista come il nostro salvatore. Non perché le sue pellicole non meritino lustro –non mi sento in grado di giudicare- ma perché non amo i futili nazionalismi. Sono una di quelle persone che rifuggono dai cult, da quello di cui parlano tutti: preferisco farmene una mia opinione a freddo, passato il ciclone. Insomma, io mi interesso quando tutti si dimenticano.

Ahimè, e questo è semplice gusto personale, non sopporto Toni Servillo nel ruolo di Jep Gambardella. Non sopporto il suo accento a tratti incomprensibile, non riesco a sopportare come trascina le parole e, in generale, non sopporto quando devo faticare per capire cosa sta dicendo un attore: ma questo, me ne rendo conto, fa parte del personaggio ed è un limite mio.

Ma, al di là del mio problema con il personaggio principale, la trama del film ha innegabili legami con i romanzi decadentisti che ho letto e riletto: la vacuità, l’estetismo, l’indifferenza, accidia e l’inutilità di situazioni e personaggi non possono proprio fare a meno di evocare alla mia mente le atmosfere di quei grandi romanzi.

Per convenzione sono tre i grandi testi sacri del decadentismo, nonché gli iniziatori: A ritroso (1884) di Joris Karl Huysmans, Il ritratto di Dorian Gray (1890) di Oscar Wilde e Il Piacere (1888) di Gabriele d’Annunzio. Francia, Irlanda, Italia unite da romanzi con tratti molto simili.

Come accade spesso nella vita, in realtà il meno famoso è quello che più rappresenta il decadentismo: A Ritroso è un romanzo in cui il personaggio, Jean Floressas Des Esseintes, non fa assolutamente nulla. La trama del libro non esiste: l’unico momento in cui sembra che egli si sposti dalla Francia, è una fantasia che viene svelata a fine capitolo. Se dovessi riassumere la trama, vi posso assicurare che non esiste: è solo un insieme di pagine che parlano di cosa pensa o vede il protagonista. Il passaggio che mi è rimasto impresso, e credo a tutti coloro che lo hanno letto, è il momento in cui fa ricoprire il carapace di una tartaruga di diamanti e pietre preziose: per tutti il capitolo descrive la scelta dei gioielli, in base al colore, alle assonanze, al migliore accostamento e simili. A fine capitolo, il signor Jean si sorprende che la tartaruga non si muova più: il problema è che mai era stato accennato al fatto che la povera bestiola fosse viva. Con chili e chili di oro e pietre sul guscio, la poverina è morta schiacciata dal peso.

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D’Annunzio

Certamente diversa è la storia di Dorian Gray, che ha uno sviluppo di trama, anche se anche qui non mancano i capitoli pieni di descrizioni. E basta; i romanzi decadentisti sono ricolmi di minuziosi resoconti di quadri, tessuti, camere e molto altro senza la minima rilevanza per la trama. Ma nel romanzo di Wilde uno svolgimento c’è, al punto da portare il protagonista ad un infausto destino (e l’uso del termine infausto è anche per ricordare la grande influenza del Faust sul romanzo).

Il Piacere è una via di mezzo: gli avvenimenti non sono moltissimi e ci sono lunghissime descrizioni; mobilia, capelli dell’amata, piccoli particolari su cui D’Annunzio si lascia andare ad un estetismo fine a se stesso. Andrea Sperelli, nobile aristocratico, si innamora di Elena Muti: questa lo lascia, e lui vive nel ricordo di lei. Quando sta per rincontrala però incontra Maria Ferris, per cui ha un debole. Ma l’amore per Elena è ancora lì, e continua a cercarla. Alla fine, però, perderà entrambe.

Andrea incarna la crisi dei valori, un estetismo vano, un’immobilità per cui nella vita compie ben poco e perde tutto, vive un amore vano che alla fine non porta a termine. È come gli altri due protagonisti di cui parlavamo prima: una vita vana spesa alla contemplazione della crisi, della fine, dell’inutilità della vita.

Tre miserabili, con vite senza binari e desideri, che rimangono a fissare i particolari del mondo e con una preferenza per le cose decadenti, le nature morte, le piante rinsecchite, gli oggetti scintillati ma senza grandi utilità.

Tra Jep (ma solo a me ricorda tanto un personaggio dei romanzi di Moccia questo nome?) e Andrea c’è un secolo di differenza, ma le stesse crisi in corso: dell’uomo, del mondo, dell’economia.

Sinceramente, con tutto il rispetto per l’Oscar e i premi vinti da Sorrentino, non credo sia un insulto dire che il suo protagonista è la possibile rappresentazione di come sarebbero arrivati a 65 anni i protagonisti di Wilde, D’Annunzio o Huysmans.

Vecchi, svogliati, circondati da cose e persone di cui non gli interessi, annoiati della vita e disillusi.

Forse, quando guarda la statuetta dorata sulla mensola, o ogni volta che riceve un riconoscimento come questo, anche Sorrentino sa di dover qualcosa a questi scrittori.

Marta Merigo per9ArtCorsoComo9

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