Ritratto d’Autore. Canova

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Uomo singolare e verissimamente divino: lo diresti da una provvidenza pietosa di natura collocato sul doppio confine delle memoria e dell’immaginazione umana, a congiungere due spazi infiniti: richiamando a noi i passati secoli e de’ nostri tempi facendo ritratto agli avvenire.

Antonio Canova nacque dal marmo, in una terra ricca di pietra. Il Pedemonte del Grappa era infatti un’area di cave, abitata da modesti artigiani che da secoli esercitavano il mestiere di tagliapietre e scalpellini. In questa zona, precisamente a Possagno, i Canova continuavano la tradizione di una famiglia che per generazioni aveva dato vita a intagliatori di marmo. Il nonno Pasino e il padre Pietro avevano la loro unica ricchezza in una bottega e una piccola cava di marmo. Il piccolo “Tonin”, così era simpaticamente chiamato, crebbe circondato dall’affetto della famiglia respirando l’aria polverosa e passando le giornate a giocare o a seguire il lavoro che i due uomini di casa svolgevano. canova_penitent_magdalene

Se il padre morì presto, Tonin poté contare sempre sul nonno. Burberp e Severo, ma dotato di occhio esperto, Pasino riconobbe da subito le qualità del nipote e fece di tutto per potenziarne il talento. Lo mise in contatto con un nobiluomo veneto, tale Giovanni Falier, che ne patrocinò gli studi e gli commissionò i primi lavori. Il giovane Antonio racimolava consensi e da persona modesta ma ambiziosa qual era cominciò a fare grandi progetti: sognava di trasferirsi a Roma, per studiare da vicino la “nobile semplicità e la quieta grandezza” dei modelli antichi. Buona parte dei soldi per pagarsi il viaggio arrivarono da Pietro Vittor Pisani, procuratore di San Marco il quale si era impegnato a far realizzare un gruppo scultoreo raffigurante Dedalo e Icaro, destinato ad abbellire il suo palazzo a San Stae.

Su indicazione dello stesso Pisani doveva essere un’allegoria della scultura, ma Antonio fece molto di più: creò una doppia allegoria, marcando una cesura tra il suo passato di apprendista e la raggiunta maturità artistica che il futuro avrebbe reso sempre più perfetta. Dedalo e Icaro divenne così il suo commiato da nonno Pasino e dai legami che fin dall’infanzia lo avevano costretto in un ambiente limitato. Come l’eroe del gruppo che stava per realizzare, era stato l’anziano Dedalo-Pasino ad attaccargli le ali sulle spalle, ma ora quei lacci che si annodavano strettamente sulle piume dovevano essere staccati; il giovane Icaro-Canova cercava di liberarsi da quell’abbraccio, delicatamente, ma con determinazione.

canova4Era questo il messaggio che stava più a cuore al giovane scultore, consapevole del fatto che la sua ansia di crescere lo stava portando a prendere decisioni importanti: così pose alla base della scultura i ferri del mestiere, la mazza e lo scalpello. E l’opera non fu solo una metafora, ma anche il manifesto della sua poetica, con il quale si presentò ufficialmente a Roma. Fu analizzata e commentata da molti intellettuali, incapaci di esprimere però, pur riconoscendo la notevole abilità dell’artista, un giudizio condiviso. Per gli strenui sostenitori dell’idea di classico era troppo realistica mentre altri notavano nella sensibilità del giovane artista e nelle sue capacità tecniche, la promessa di una futura perfezione, capace di riassumere le caratteristiche degli ideali estetici perseguiti dagli intellettuali neoclassi. Un’arte potente, audace e moderna che, senza negare il proprio tributo all’antico, poteva ristabilirne il senso al di là di un mero epigonismo , calandolo nella realtà e avvicinandolo alla sensibilità dell’uomo contemporaneo.

Canova ha avuto il coraggio di non copiare i greci, e di inventare la Bellezza, così come i greci avevano fatto. Che dolore per i pedanti! Per questo lo insulteranno ancora per cinquant’anni dopo la morte, e la sua gloria non farà che crescere più rapidamente. (Stendhal)

Fino al 4 ottobre la Fondazione Giorgio Conti di Carrara ospiterà Canova e i maestri del Marmo. La scuola carrarese dell’Ermitage.

Andrea Crivellari per 9ArtCorsoComo9

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