Wonder Woman non aveva figli. Le donne tra famiglia e carriera

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Quattro donne, potenti, ma poco premurose – perlomeno non nei confronti di un piccolo essere umano. E la questione delle donne e dell’uguaglianza riemerge da sotto lo spesso tappeto che periodicamente scopre e poi nasconde i diversi problemi che affliggono la nostra società. Questo mese a fomentare il dibattito ci pensa la rivista britannica New Statesman che mette in copertina quattro potentissime donne, Merkel, Sturgeon, Kendall e May (in ordine la cancelliera tedesca, la prima ministra della Scozia, la “lady di ferro” del Partito Laburista e la ministra dell’Interno inglese) che sorvegliano a una culla senza bambino, ma occupata da un’urna elettorale. A ispirare l’illustrazione l’articolo di Helen Lewis, La trappola della maternità, ovvero: come per essere donne (politiche) di successo si debba rinunciare ad avere una famiglia.

Che le donne risultino non solo iscritte in maggior numero a studi superiori, ma raggiungano risultati migliori dei loro colleghi maschi è un fatto tanto risaputo (e ripetuto) quasi quanto il fatto che una volta incamminate nel mondo del lavoro quelle stesse donne guadagnino di meno e raggiungano, in minor numero, posizioni di minor rilievo rispetto ai suddetti uomini. Secondo uno studio del 2012 della Commissione Europea sull’uguaglianza di genere, il salario di un uomo, all’ora, supera di circa il 16% quello di una donna. Ma esiste un altro tipo di divario, avverte la Lewis, che è quello che si genera con la maternità. Avere figli non sembra conciliarsi con la carriera. Non per le donne, almeno. Infatti secondo uno studio della sociologa Michelle Budig dell’Università del Massachusetts, mentre la maternità è guardata con diffidenza da parte dei datori di lavoro, la paternità sembra rassicurare. I padri,nst-cover_artwork_15th_july_issue_mini dovendo provvedere alla famiglia, sarebbero più affidabili e “meno instabili” (“flaky”, eccentriche, stordite, inclini alle crisi). Insomma, il solito rassicurante nerboruto con l’armatura e la donnetta lunatica affianco. Secondo un’indagine del 2011 dell’azienda per il lavoro Adecco, in Italia 3 donne su 4 rinuncerebbero ai figli per fare carriera: solo il 27% delle lavoratrici intervistate non sarebbe disposta a farlo. Tutta colpa dei figli, dunque?

In realtà di donne di potere con figli ce ne sono. Come Helena Morrissey, amministratore delegato del gruppo d’investimento Newton. Lei di figli ne ha ben nove. Il suo segreto? Un marito casalingo che ha abbandonato la carriera giornalistica per dedicarsi alla famiglia. Come ha scritto Paola De Carolis per La ventisettesima ora del Corriere della Sera

“nel mondo anglosassone la figura del marito casalingo – house husband, or SAHD, stay at home dad – è sempre più comune. Sarebbero oltre 200.000 gli uomini con figli che, per scelta o circostanze, sono a casa a rifare i letti, a preparare la cena e prendersi cura della famiglia. L’incidenza sale nell’ambiente della finanza e del business. A un summit di donne di successo organizzato l’anno scorso dalla rivista Fortune un terzo delle partecipanti aveva un marito a casa”.

Wonder Woman forse non aveva figli perché Superman non era molto casalingo.

I problemi che emergono sono tanti e intricati. Esiste un maschilismo difficile da estirpare in seno alle imprese. Non è tanto la competenza che manca alle donne quanto l’occasione per spodestarww-Superdad-actofgode dalle poltrone, ormai da tempo adattate ai deretani maschili, i soliti manager. Esiste una discriminazione legislativa. Se l’offerta dei servizi pubblici per le madri che lavorano non permette di conciliare serenamente le due attività (per esempio con detrazioni per i figli a carico di maggiore sostanza), inevitabilmente si arriverà a rinunciare a una di queste. Allora, si tratta dell’ennesima prova di quell’uguaglianza tanto invocata ma ancora così difficile da raggiungere? Sì, con riserva. La vera uguaglianza non dovrebbe risolversi nella solita predica sulla parità dei diritti che poi si conclude nel solito fastidiosissimo: “comunque le donne sono meglio” (frase che poi in bocca agli uomini assume un sapore grottesco fra l’ipocrita e il ridicolo). Secondo Helena Morrissey “tutte le ricerche realizzate in questo campo traggono le stesse conclusioni: le società che si avvalgono delle donne ottengono risultati migliori’’. Ma questo non deriva certo da misteriose qualità intrinseche all’essere femminile. Un’impresa con più donne è migliore perché ha abbandonato la staticità mortifera delle posizioni in favore della mobilità, perché ha approfittato di un meccanismo di competizione sano che premia il migliore (e non un portatore di organi genitali); e forse anche perché non tutte le donne sono isteriche e umorali. Quando si dice, come fa l’editorialista del Financial Times, Lucy Kellaway, che “se la donna di successo oggi non arriva ai massimi livelli” è perché “ha sposato un uomo che mette la sua carriera prima di quella della moglie’’, dovrebbe essere ammesso anche il contrario! La tirannia, che sia dell’uno o dell’altro sesso, dovrebbe sempre turbare.

Infine, merita forse una riflessione la discriminazione insita in questa visione del più alto ruolo svolto dalla donna quale sfornatrice di prole. In un periodo in cui è sempre più ricorrente imbattersi, nell’espressione delle competenze professionali di una donna, nel poco pertinente ruolo famigliare (“Anna, insegnante e… mamma”), si potrebbe rivelare che non tutti gli esseri di sesso femminile desiderano procreare. Proprio in questi giorni il sito del Corriere della Sera ha caricato una galleria delle donne di successo che hanno scelto di non avere figli, per i più diversi motivi (http://www.corriere.it/foto-gallery/esteri/15_luglio_19/donne-politica-spettacolo-che-hanno-scelto-non-avere-figli-ca444b1e-2dfa-11e5-804a-3dc4941ce2e9.shtml). Sembra che non volere figli sia (solo per una donna, chiaro) inconcepibile, e una donna senza figliolanza debba scegliere se difendersi da un’accusa di mostruosità o da un compatimento penoso. Lo sanno bene, per ritornare da dove eravamo partiti, le signore della politica, se l’opinione pubblica “si aspetta che un politico abbia una famiglia come modo per segnalare che è ‘normale’”:

Quindi le donne affrontano una situazione impossibile. Se hanno figli vengono screditate come non abbastanza votate al lavoro. Se non ne hanno vengono mortificate per non avere altro nelle loro vite che il lavoro” (Helen Lewis).

Ilaria Porro per 9ArtCorsoComo9

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