La tradizionalità della Metafisica – De Chirico

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Ricorre oggi l’anniversario di nascita di Giorgio De Chirico, pittore che diede il via a quella che tra le avanguardie risulta essere la più misteriosa e accattivante, la metafisica.

Filo conduttore nella vita dell’artista è la tradizione, non come fissità e negazione del progresso, ma come reinterpretazione delle tecniche e delle sensazioni dell’arte dei primitivi e rinascimentale; De Chirico infatti studiò all’accademia di Monaco, in quegli anni rinomata per l’attenta ripresa di tecniche antiche come l’affresco e la tempera, oramai soppiantate dai colori in tubetto e da altre pratiche più veloci e meno complicate. Giorgio-de-Chirico

Questa formazione influenzò molto il pittore che ad un certo punto decise di sposare totalmente la tecnica a tempera, scegliendo quindi di crearsi i colori da solo partendo dai pigmenti; per la Triennale di Milano del 1936 scelse persino di realizzare un affresco con questa tecnica (inadeguata, l’affresco si degradò in pochissimo tempo).

La vera arte di De Chirico nacque però a Ferrara quando immerso nella città estense si innamorò delle sue architetture rinascimentali e del mistero che secondo lui tanta perfezione doveva nascondere. I suoi quadri quindi si riempirono di ambientazioni mistiche, città ideali vuote dove l’uomo è assente se non sotto forma di manichino.

Sarà proprio Ferrara ad ospitare nel Palazzo dei Diamanti dal 14 novembre fino al 28 febbraio 2016 una retrospettiva sull’artista e sulle avanguardie a lui contemporanee; tra le numerose opere presenti ci saranno tele anche di Carrà, Morandi, Ernst, Dalì e Magritte.

Canto-d-amore-Song-of-love-Giorgio-De-Chirico-1914La metafisica infatti non si esaurì nei tre anni di soggiorno a Ferrara di De Chirico, ma ispirò artisti che poi confluirono nella corrente surrealista; le due correnti condividono una stile pittorico accademico e i soggetti stranianti e spesso inquietanti, ma De Chirico non scelse mai di rappresentare il sogno o l’inconscio.

Alla base della pittura metafisica vi è sempre la realtà, una realtà però privata di alcuni elementi come la vitalità dell’uomo e per questo a noi estranea. La scelta di De Chirico di inserire oggetti di uso quotidiano in scale alterate in contesti assolutamente estranianti all’interno delle sue tele vuole proprio creare lo sgomento nell’osservatore che non può collocarsi nella dimensione del quadro.

Architetture deformate e prospettive vertiginose caratterizzano una pittura che per il resto non si discosta di nulla dai dettami accademici più rigidi; soggetti usuali in contesti inusuali furono la chiave della pittura che dall’arrivo di De Chirico a Ferrara caratterizzò i successivi modi pittorici.

Tra le opere più conosciute vi è Canto d’amore, una tela dove vengono rappresentati in primissimo piano e in scala ingigantita un guanto da chirurgo rosso, una sfera verde e la testa dell’Apollo del Belvedere; il contesto è una qualunque piazza rinascimentale italiana dalle architetture semplici e lineari e sullo sfondo la modernità, un’industria con la sua ciminiera fumante. Come per tutte le opere metafisiche il significato è misterioso e rintracciare una simbologia negli oggetti rappresentati sarebbe inutile quanto fuorviante.

Anche il titolo dell’opera risulta misterioso e, come spesso sarà nel dadaismo, assolutamente scollegato da quanto dipinto.

Di De Chirico quindi rimane il mistero e la bellezza perfetta della sua arte impenetrabile ed intangibile.

Elisa Pizzamiglio per 9ArtCorsoComo9

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