Twitter: la comunicazione politica passa per i fake

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Una recente inchiesta della “Repubblica” firmata da Roberta Benvenuto e Marco Bracconi, ha indagato sull’uso che fa la politica di Twitter, il social network dei cinguettii da 140 caratteri.

A quanto è emerso, i veri protagonisti non sono tanto i politici veri e propri, bensì i fake, ovvero quei profili che prendono in giro o parodiano quelli ufficiali.
Collettivi creativi, blogger e studenti hanno dato vita ai vari Oscar Giannetto, Renzo Mattei, Casalegglo, Kuperlo, che riprendono i fatti della politica e ne fanno ironia o satira, sempre mantenendo un linguaggio politichese adatto, tanto da essere confusi con gli originali.

imageDietro queste operazioni ironiche ci sono sempre persone molto attente all’attualità, in costante aggiornamento sull’attività del politico a cui si fa il verso, capaci di comprendere anche il sottotesto del discorso politico, così da poterlo stravolgere al meglio: quasi tutti i fakers, veri e propri affabulatori, provengono non a caso dalle tanto screditate facoltà umanistiche, perché come dice Alessandro Paolucci, volto umano di @Iddio, “L’era social, finché dura, è il paradiso dei laureati in materie umanistiche: quando devi produrre contenuti che funzionano servono loro, i creativi capaci di sedurre con le parole”, e spesso sono legati a gruppi di autori o siti molto forti con annessi blog, libri, spettacoli teatrali, web agency e collaborazioni di varia natura. Un vero e proprio business.
La forza di questi alter ego dunque non è solo la lingua tagliente, ma anche le tempistiche di azione, ovvero nel twittare pensieri studiati ad hoc che a differenza dell’utente normale, vengono progettati e pubblicati non contestualmente a un evento o fatto importante, bensì all’improvviso, quasi fuori dal contesto, a sottolinearne la natura surreale e l’indipendenza dai loro ispiratori, ai quali si rifanno solo per linguaggio e pensiero, come nel caso di Casaleggio, di cui esistono molti fake ma non un originale.

La popolarità di un politico continua a misurarsi in quante imitazioni e barzellette lo vedono protagonista, e nell’era digitale anche i fake rientrano in pieno in questa unità di misura, tanto che i politici retwittano o rispondo ai loro alter ego sarcastici, sottolineando come ormai l’autoironia sia un valore essenziale per poter essere votabile.

E i followers “normali” come reagiscono a questi fake? Capita che la rabbia, la frustrazione e l’amarezza vengano rovesciate su questi profili fasulli, alla ricerca disperata di una risposta al proprio malessere, vera o falsa che sia, pur di non sentirsi totalmente abbandonati dalle istituzioni.

La tweet-politica ha dato la spinta definitiva all’estrema personalizzazione della politica italiana e con la conseguente sovraesposizione dei leader che facendo di necessità virtù, hanno standardizzano la loro comunicazione per essere subito riconoscibili.

Ognuno ha il suo stile.
Matteo Salvini per esempio si rifà a un meccanismo di personalizzazione diretta, fisica e territoriale attraverso il sapiente uso di hashtag contingenti all’agenda politica quotidiana e che raramente si rifanno al partito. Invece Beppe Grillo punta più all’astrazione (e dissimulazione) della sua figura di leader: sul social compare in prima persona di rado, però retwitta i suoi seguaci, trasmettendo sia il senso di comunità che la filosofia del Movimento, pur mantenendosi staccato dagli altri e ribadendo la centralità del blog, luogo del potere grillino e sede della leadership “metafisica”.
Infine il caso di Renzi e di Nomfup, ovvero del leader e del suo responsabile della comunicazione. Sui social formano un duo che coopera e si sostiene vicendevolmente, sono complementari. Se Renzi usa il social per promuovere le iniziative e i risultati del governo o per diffondere messaggi istituzionali, 20150501-nomfup-renzi-orfini-2-655x392Nomfup twitta indifferentemente contenuti politici e personali, come un qualsiasi utente, assolvendo il compito di diffondere il “dietro le quinte” della vita politica del premier, compito che quest’ultimo non può adempiere essendo “ingessato” nel ruolo politico, facendo sì che non venga meno il contatto umano diretto con l’elettorato.

Basta osservare queste varie dinamiche comunicativo-politiche, per capire come le varie ideologie si siano ormai riassunte nel leader che le incarna, la cui firma o tratto distintivo passa anche per le scelte più o meno creative sui social network.
Le forza politiche dunque usano i mezzi di comunicazione principalmente come agenzie di redistribuzione dei contenuti, disinteressandosi al pubblico dei votanti perché creatività, personalità, ed empatia sono diventate ormai compito dei capi che nella loro persona incarnano i valori del partito.
Oggi il leader deve occuparsi di creare una propaganda credibile ed efficace che dia voce all’intero sistema, attraverso qualsiasi canale.

L’era delle ideologie è decisamente finita, non si vota più il pensiero, bensì l’avatar.

Carlotta Tosoni per 9ArtCorsoComo9

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