Apple, Prada e Ferrari come Duchamp. All’Expo 2015

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L’Esposizione Universale ha aperto i battenti da più di un mese ormai. Di parole sull’evento – Èxpo o Expò, a seconda che siate più legati all’origine francese del termine o accogliate con spirito moderno l’imposizione della lingua dominante oggigiorno – se ne sono forse già sprecate, ma rassereniamoci: ne avremo ancora per un po’.

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Del latte in polvere Chanel che ricorda in modo straordinario altre famose scatolette a opera dell’artista Piero Manzoni.

La notizia principale della settimana è l’apertura, nel Padiglione di Israele, dell’esposizione Wheat Is Wheat Is Wheat del designer Peddy Mergui. Fino al 26 giugno si potranno ammirare prodotti comuni a marchio. Marchio di lusso. Latte Apple, farina Prada, yogurt Tiffany, pasta Ferrari e salame Louis Vuitton… Una “riflessione artistica” (così il sito Expo2015) sulla “potenza del marketing all’interno dei meccanismi di consumo”.

“Che cosa compriamo effettivamente quando siamo disposti a pagare un sovrapprezzo per un brand di farina o di sale da cucina?”, si chiede il “viaggiatore, designer e artista” Mergui. “Consideriamo il valore aggiunto in base al packaging o alla qualità del prodotto contenuto?”.

La scatola è nuova, il contenuto un po’ vecchio. La firma che quasi un secolo fa valorizzava un comunissimo orinatoio era quella molto più preziosa di tale Marcel Duchamp. Da quel gesto provocatorio quanto fulminante l’arte non sembra essere riuscita a schiodarsi. Riadattato ai nostri tempi, il concetto rimane (“non è importante l’oggetto in sé”), cambia l’autorità in grado di elevare l’oggetto dalla banalità dell’ordinario. Addio artisti, fatevi avanti giganti del commercio di lusso!

La provocazione che “fa riflettere”, promuove soddisfatto il sito dell’Expo. Ora, non so chi legge, ma chi scrive non ricorda una provocazione che non sia stata “densa”, “innovativa”, “fenomenale”! negli ultimi decenni. Alziamo le mani al cielo, compiaciuti quanto gli acuti recensori: l’arte non si è mai trovata in stato migliore, pungolo sapiente contro gli errori-orrori della società contemporanea, ma sempre propositivo, utile ed etico.

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Marcel Duchamp, Fontaine, 1917. La firma, com’è noto, era un enigmatico “R. Mutt”.

Bene, ma torniamo a Duchamp. Mastodontico nel peso che ha esercitato ed esercita ancora oggi nell’arte così come nella società. Leggerissimo e agile nel pensiero: geniale (lui sì e senza virgolette). Ecco, questo personaggino qui, che ha rivoluzionato il modo di guardare l’arte piazzando banalmente un orinatoio in un museo; questo personaggino qui, diciamo, oggi è ricordato con una risatina sbrigativa o al più con un’alzata sufficiente di sopracciglio. Al suo posto vengono portati in trionfo gli artistucoli più insipidi, le cui opere hanno dalla loro la più immediata comprensibilità e regalano il sollievo e la soddisfazione di leggervi con facilità un messaggio scontato. Poiché ciò che si dischiude allo spettatore solo con il tempo e con la fatica non vale la pena; scovare ciò che già si sapeva è invece molto più gratificante.

C’è un momento, alla fine di un concerto, di uno spettacolo teatrale, anche di un libro, che dovrebbe appartenere al silenzio, e non agli affrettati applausi. Un momento in cui l’anima rimane rapita dalla vibrazione che ancora profuma l’aria, e sente. E sa. Ci sono opere d’arte il cui silenzio (intorno) è pregno, e opere d’arte che sono solo silenzio (intrinseco). Ci si perdoni la non spiegazione, ma ciò che l’arte ci fa sentire non si può spiegare. O forse siamo noi che non ne siamo in grado. Forse noi siamo solo dei vecchi giovani che rimpiangono un passato superato e non si accorgono del nuovo, rivoluzionario, che avanza.

In ogni caso, questa è “solo” un’esposizione, anche divertente da vedere, di moderni orinatoi impreziositi da molte firme, e può darsi che abbiamo solo sproloquiato. Ma dato che ormai siamo arrivati qui, permetteteci una chiusa provocatoria quanto l’arte che piace tanto oggi. Il caro Duchamp, dopo molti anni prestati all’arte, decise, così, tutt’a un tratto, di darsi… agli scacchi! Semplicemente aveva esaurito quello che aveva da dire. Siccome l’artista francese gode oggi di molti epigoni (almeno nel risultato, banalizzato), chissà mai che qualcuno voglia prendere spunto anche da questa sua finale decisione.

Ilaria Porro per 9ArtCorsoComo9

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