Quali colpe ha davvero Charlot?

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Oggi Sir Charles Spencer Chaplin (16 aprile 1889 – 25 dicembre 1977) festeggia il suo 124° compleanno. Siamo sicuri di conoscerlo davvero?

Questo matrimonio non durerà a lungo, ti renderò così disgustata al punto che non vorrai più vivere con me.

Che sia Charlie Chaplin l’autore di queste parole, indirizzate alla sua seconda moglie Lita Grey, potrebbe stupire molti ma non tutti. Parole testimoniate da carte processuali del divorzio consumatosi tra i due dopo tre anni di matrimonio e rese ora pubbliche da un antiquario che le ha acquistate tramite un’asta. Emergerebbero altri dati perfetti perChaplin e Grey un articolo di cronaca scandalistica (non è quello che state facendo?, direte voi): Chaplin avrebbe sposato la Grey quando lei era minorenne a seguito di rapporti sessuali illeciti e avrebbe tentato di indurla ad un aborto illegale pur di non ritrovarsi con un secondo figlio.

Di vicende scandalose e dai risvolti ambigui sono intrise la carriera e la vita privata di quello che è probabilmente il comico più famoso della storia del cinema. E dal biopic di Richard Attenbourgh Charlot fino ad una serie di biografie e pubblicazioni come la recente 17 minuti con mio padre (dove la figlia Jane riflette sul rapporto particolarmente difficile con il genitore) non sono mancate nel corso del tempo le occasioni per metterle in evidenza.

Si finisce così con facilità a parlare di lato oscuro del genio, a giocare con quella che a tutti gli effetti è diventata una icona del nostro tempo e a rovesciarne l’immagine con gusto sensazionalista e anche un po’ dissacrante. Prendere Charlot, figura con cui generazioni sono cresciute al cinema o davanti alla televisione e che si è sempre distinta per la delicatezza delle sue disavventure, e metterne in dubbio la purezza e l’innocenza: è una operazione dal sapore antidogmatico. Legittima (anche perché, sia chiaro, la condanna di violenze di qualunque tipo è sottintesa da parte mia), ma che conduce semmai a riflettere su un tema più vasto e centrale specialmente nella cultura di oggi.

È giusto e necessario scindere l’opera dall’artista? Nel giudicare ma anche nel vivere in prima persona un film (come un disco, un libro etc.) quanto è importante tenere a mente chi si cela dietro la sua creazione? Sembrerebbe impossibile ora approcciarsi a una scena tanto forte quanto commovente come quella che conclude Luci della città, guardarla sotto la medesima luce senza doverla “ridimensionare” Chaplin2nella nuova prospettiva che abbiamo del vagabondo. La paura potrebbe essere quella di deresponsabilizzare l’autore, di fargli espiare colpe solo per aver avuto indiscusso estro artistico nel dirigere una scena. E diciamolo, anche di sentirci “complici”.

Il rischio celato in un ragionamento del genere è di dimenticare come dietro alla macchina da presa, dietro al mito e all’icona si celino persone con le medesime fragilità e i medesimi peccati di qualsiasi essere umano. Bella scoperta, direte voi. In realtà, è un semplice ragionamento che spesso evitiamo di fare. Poniamo automaticamente in una posizione di superiorità colui che ci comunica dall’alto (è uno dei peccati originali insiti nella logica dei mass media, per Pasolini) e lo eleggiamo quasi a nostro maestro, a punto di riferimento. E come per ogni maestro in cui riponiamo fiducia, anche un piccolo errore assume una dimensione ben più importante e grave.

Ma loro NON sono maestri. Senza negare le loro responsabilità, spetta anche e in primo luogo a noi spettatori selezionare ciò che c’è di giusto e sbagliato, confrontarci con quanto ci viene offerto. E riconoscere ciò che ci può far crescere e arricchire come spettatori e uomini, all’ infuori dei retroscena scabrosi di questo o quell’artista.

Francesco Zucchetti per 9ArtCorsoComo9     

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