Uno squillo tutto Italiano: ricorre la nascita di Antonio Meucci

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13 aprile 1808, le strade di San Frediano a Firenze accolgono la nascita di un futuro inventore. Si tratta di Antonio Meucci, meglio conosciuto come l’inventore del telefono. Secondo l’uso di curare alcuni malori con l’elettroterapia, l’elettricità era da poco entrata sui tavoli da gioco degli scienziati, l’“eureka” telefonico lo gridò un paziente del Meucci. Sottoposto ad un eccessivo dosaggio elettrico, il dolorante paziente agghindato in mano e in bocca con pezzi di rame, sorprese l’inventore con la prima prova di trasmissione della voce a distanza. Rimaneggiando il detto, sbagliando si scopre e se non si sta attenti si brucia.

 Per fortuna non bruciò troppo il paziente ma, qualche tempo dopo, la nuvola fantozziana ante litteram del nostro compatriota, ricominciò a seguirlo e a far cadere sulla sua vita una continua pioggerella di guai, molto spesso brucianti. Si trovava all’epoca a l’Avana, come macchinista per il teatro più grande delle Americhe. Fu qui che inventò un tubo acustico per comunicare ai vari livelli del palcoscenico e assistette tempo dopo all’incendio del suddetto teatro.

Appartenente alla carboneria nel periodo Fiorentino, a New York ospitò in caunnamedsa e come operaio in fabbrica nientemeno che Giuseppe Garibaldi, il cui passaggio è documentato oggi dagli oggetti ancora presenti nella casa museo del Meucci.

Il tarlo del telegrafo parlante ricominciò a rosicchiare quando Ester fu colpita da un’artrite reumatoide che la costrinse a letto, inducendo così il nostro inventore ad ingegna rsi per poter comunicare con l’amata moglie.

Iniziarono tempi molto duri nella nuova casa di Staten Island, dai quali riuscì a non annegare solo grazie all’aiuto economico di altri esuli italiani e al sostegno morale della moglie.

L’episodio cruciale della sua vita avvenne negli uffici della famosa Western Telegraph Company: qui salutò per sempre gli unici appunti sull’invenzione del secolo. Le carte che ne contenevano gli appunti furono smarrite e, nel frattempo, non fu in grado di rinnovare né brevetto né caveat per il telettrofono.

Nel 1876, un anno dopo la sua cessione, un certo Graham Bell depositò il brevetto per il telefono. Nacque così l’industria Bell e Meucci non poté che chiedere un processo.

Senza dilungarci troppo, non potendo dimostrare la paternità dell’idea, Meucci morì senza onori.

Così, per molti anni, in America fu ricordato Bell come inventore del telefono fino a quando, nel 2be19c35b97002, grazie all’ing. Basilio Catania e al giudice Domink Massaro, si poté far luce sull’accaduto.

L’11 giugno di quell’anno, si ottenne una dichiarazione dalla camera dei rappresentanti degli stati uniti per la riabilitazione del vero inventore.

Ricordato nel 2008 da Google Italia con un doodle per il suo bicentenario e, nel 2011, in uno speciale dello scienziato e conduttore Piero Angela, venne anche scolpito nel marmo degli sceneggiati Rai, con protagonista Massimo Ghini.

Suonino gli smartphone a festa allora! Oggi il telefono e i suoi svariati nipotini sono diventati la nostra appendice, senza contare le scene cinematografiche dove il telefono la fa da padrone. Riuscireste a pensare a The Ring senza lo squillo spaventoso, seguito dal “tra sette giorni morirai” sussurrato in cornetta? Come avrebbe fatto Carrie Bradshaw a punzecchiare Mister Big tra le sue innumerevoli storie sbagliate? L’ ET telefono casa avrebbe avuto ben poco senso, la Hepburn in Colazione da Tiffani non avrebbe ricevuto le telefonate incriminanti dell’avvocato di Sally Tomato e, noi donne , non avremmo mai saputo che se dice che ti telefona e poi non lo fa, La verità è che non gli piaci abbastanza.

Insomma, il telefono di Meucci sorse da un’esigenza d’amore ed oggi l’amore continua a scorrere su un filo. Che poi sia un filo ormai invisibile poco importa. Sono le alternanze di corrente che contano, bisogna solo incanalarle.

 

Daniela Perrone per 9ArtCorsoComo9

 

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