Il Made in Italy. A che punto siamo oggi?

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Un argomento molto gettonato di questi ultimi anni è il Made in Italy: per effetto della crisi siamo molto più attenti a questo settore, e molti anzi ci vedono una delle risorse principali proprio per uscire dalla recessione.

Dal 2008 aMade in italyl 2012 sono state censite 437 imprese che da nostrane sono passate in mani straniere. Nell’ultimo anno i nomi che hanno avuto più forte risonanza sono stati: la Indesit, che è stata comprata dalla rivale Whirpool, la compagnia del famoso marchio di pasta Garofalo ha ceduto la maggioranza delle quote alla multinazionale spagnola Ebro Foods, e lo storico marchio Dainese, di abbigliamento tecnico, è stato ceduto alla Investcorp, fondo di investimenti del Bahrain.

Queste cessioni hanno suscitato allarme, non solo per una specie di orgoglio nazionale, ma soprattutto per le questioni legate al territorio e ai lavoratori; ovvero, le fabbriche rimarranno sul suolo italiano o saranno delocalizzate? I lavoratori continueranno ad essere impiegati? Se le aziende erano in buona salute al momento della cessione non si vede perché cambiare, in fondo l’eccellenza di un’azienda è data da chi ci lavora in gran parte, ma certamente le preoccupazioni sono legittime, soprattutto quando intervengono grandi multinazionali.

Ma Made in Italy non significa solo aziende storiche e di eccellenza: è anche, e in questo periodo soprattutto, cibo. Tutti sappiamo delle numerose imitazioni che ogni anno rubano mercato ai marchi italiani, che si tratti di fenomeni di italian sounding o vere e proprie contraffazioni. Uno degli ultimi provvedimenti in questo senso è la nascita del marchio unico dell’agroalimentare italiano, annunciato dal Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina a Firenze il 5 aprile, all’ultima tappa dell’Expo delle Idee, prima dell’apertura del grande evento di Milano.

PizzaQuesto segno distintivo è stato pensato per rendere più facile ai prodotti DOP l’entrata e la resistenza sul mercato internazionale. Infatti i singoli prodotti da soli magari non sarebbero abbastanza competitivi, ma raggruppati sotto questo marchio dovrebbero avere la forza necessaria per espandersi. Il principale obiettivo di questa operazione sono gli Stati Uniti, dove il marchio sarà presentato in luglio, dopo il debutto ufficiale a Expo: secondo le proiezioni del Ministro l’export agroalimentare può crescere dell’8% annuo e l’obiettivo è arrivare al 20% nel 2020.

Sempre in tema di Expo, un altro dei progetti satelliti è quello della Confartigianato, che ha creato una zona espositiva in via Tortona a Milano, quartiere Porta Genova, proprio dedicato alle maestrie italiane. Con l’Italian Makers Village l’intento è quello di creare una specie di Fuori Salone dell’artigianato per raccontare l’eccellenza italiana anche in questo settore che non rientra proprio nell’Expo canonica, ma che è certamente grande parte dell’eccellenza italiana.

Nonostante le cessioni e gli allarmi da esse provocate, il Made in Italy continua ed essere un settore su cui tanti vogliono puntare per la rinascita dell’Italia, che quindi sentono come produttivo e abbastanza sicuro da potervi investire.

Chiara Buratti per 9ArtCorsoComo9

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