L’Aquila, sei anni dopo è tutto da rifare

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Sono già passati sei anni da quel maledetto 6 aprile 2009. Il destino si accanì sull’aquilano e bastò una manciata di secondi per perdere tutto: 309 le vittime, 1600 i feriti e più di 60 mila gli sfollati. Impossibile dimenticare. Impossibile superare il dolore. Quest’anno l’anniversario è caduto il giorno di Pasqua, ma per le famiglie colpite non può esserci il sollievo del giorno di festa perché ancora non esiste un luogo caldo e accogliente da poter chiamare casa.

Sisma L'Aquila: Preturo, crollo balconeLe promesse di ricostruzione iniziarono proprio la sera del 6 aprile. Berlusconi, in collegamento telefonico con Porta a Porta, annunciò la prima new town all’Aquila. Era il lancio del progetto CASE (Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili), un programma che avrebbe dovuto aiutare 16 mila aquilani sfollati. A sei anni di distanza si contano 19 quartieri residenziali, ma il progetto può essere complessivamente considerato un fallimento.

Costate un miliardo di euro e tirate su in tutta fretta, le nuove abitazioni hanno problemi di infiltrazioni, sia negli appartamenti sia nei garage. Hanno scarichi che perdono, allagamenti, pavimenti che si scollano e fognature che si intasano. Ma i difetti di costruzione non si limitano a compromettere la salubrità degli ambienti. Paradossalmente a essere messa in discussione è la stessa stabilità degli edifici: materiali scadenti e progetti frettolosi non possono garantire sicurezza agli sfollati.

Il problema si è manifestato nella sua più bieca evidenza nel settembre 2014, quando crollò un balcone a Cese di Preturo, sede di uno dei 19 progetti CASE. Fortunatamente non ci furono feriti, ma l’episodio non rimase senza conseguenze spiacevoli. La palazzina fu sgomberata e 800 balconi furono posti sotto sequestro. Impossibile evacuare ancora queste famiglie che da allora sono costrette a vivere sigillate in casa, senza la possibilità di uscire sul balcone. Per il crollo è stata aperta un’inchiesta con 39 indagati. Ora si attende che la giustizia faccia il suo corso, ma per chi è direttamente coinvolto non potrà esserci un vero lieto fine: il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, fa notare che le ditte che nel 2009 hanno costruito le new town dovrebbero provvedere alla manutenzione, ma molte di queste imprese sono fallite e quindi il Comune non sa su chi rivalersi. Servono quindi altri fondi per la messa in sicurezza, ma difficilmente arriveranno.

Gli sfollati non devono fare i conti solo con i problemi tecnici. Le nuove cittadelle sono infatti quartieri dormitorio del tutto privi di servizi. Mancano negozi, piazze e centri di aggregazione. E se mancano fisicamente i luoghi destinati all’incontro, la possibilità di socializzare e di confrontarsi viene meno.

Se il progetto di ricostruzione destinato ai privati fa acqua da tutte le parti, il ripristino dei luoghi pubblici non se la passa meglio. Secondo Cialente «procede, rispetto alla ricostruzione privata, con un rapporto di 1:4». E ad oggi, infatti, ancora 6 mila bambini sono costretti nei MUSP, i moduli ad uso scolastico provvisorio nati nel settembre 2009. Nessun istituto è stato ancora ricostruito, nonostante nelle casse comunali ci siano 44 milioni.

Silvia Pozzoli per 9ArtCorsoComo9

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