E-Motion Picture – La (non tanto) sottile discriminazione a Hollywood: razzismo

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Gli ultimi fatti di cronaca provenienti dall’America hanno tracciato un preoccupante quadro del grado di integrazione della società statunitense. Ferguson, sopra tutti, è stato il caso emblematico che ha scosso l’opinione pubblica ed evidenziato le gravi carenze non solo della società civile ma, soprattutto dei corpi di polizia a stelle e strisce. Al grido di #icantbreathe in molti si sono mossi per protestare contro le brutalità delle forze dell’ordine ma ad oggi, com’era prevedibile, poche cose sono cambiate.

0204_rock2_iL’ultima spia dello strisciante razzismo della polizia americana è fresca di giornata. L’attore e comico Chris Rock, dal suo account Instagram, ha tenuto conto di tutte le volte in cui è stato costretto ad accostare da una pattuglia. Il risultato? In meno di due mesi, Rock ha collezionato tre controlli, il primo del quale mentre non era neanche al volante. Le foto che Rock ha scattato mostrano, ogni volta, un auto della polizia sullo sfondo con l’inquietante didascalia “auguratemi buona fortuna” che più di tutto sintetizza il grado di pericolosità di questi accertamenti. Sì, perché un afroamericano che guida un auto di lusso e di grossa cilindrata, schizza automaticamente in cima alla lista dei sospettati di furto. È, quindi, passibile di contravvenzioni ed esami (anche violenti) in una percentuale di gran lunga maggiore rispetto ai colleghi bianchi.

Isaiah Washington, altro attore afroamericano conosciuto per il ruolo del dottor Burke nello show televisivo Grey’s Anatomy, ha risposto a Rock con questo aneddoto significativo da twitter: ho venduto la mia Mercedes G500 da 90,000.00$ e ho comprato 3 Prius, perché mi sono stancato di essere fermato dalla Polizia. #adattarsi

Nemmeno nel dorato mondo di Hollywood, dunque, il razzismo sembra essere stato debellato ma anzi, trova il modo di concretizzarsi in modi più sottili e diversi. All’ultima edizione degli Oscar, ad esempio, tutte le categorie attoriali erano composte da bianchi – il che non sarebbe un problema, di per sé, perché ci si aspetta che i nominati lo siano indipendentemente dal colore della pelle. Una cinquina di attori bianchi per ogni categoria è, quindi, plausibile. Il problema di fondo è l’accesso ai ruoli, orientati maggiormente verso i bianchi, piuttosto che afroamericani, orientali, latini, o i casting, che richiedono specifiche etnie per specifici ruoli, marginalizzando per forza di cosa attori che non corrispondono al profilo di un ruolo, ancor peggio se da protagonista, che, secondo anacronistiche regole di mercato, non attirerebbe pubblico né garantirebbe profitti stratosferici. C’è poi il problema del racial profiling, ovvero la pratica secondo cui i fattori razziali diventano fondamentali nel determinare un blocco, una perquisizione o l’arresto di un sospettato. Ha fatto molto discutere, ad esempio, l’accusa dell’attrice Taraji P. Henson che ha incolpato l’Università del Sud della California di aver permesso a dei poliziotti di fermare, in base al colore della sua pelle, il figlio, o ancora prima il caso di Daniele Watts, l’interprete di Coco in Django Unchained, fermata e arrestata per essersi rifiutata di identificarsi in seguito alla segnalazione anonima che denunciava una donna con una gonna floreale – la stessa della Watts – che faceva sesso con un uomo in un auto parcheggiata al lato della strada. La Watts e il fidanzato, va da sé, si stavano solo baciando ed erano completamente vestiti.

Persino la stampa specializzata, che in linea di massima dovrebbe avere non solo un occhio di riguardo, 1366998681721.cachedma anche una certa esperienza nel trattare temi così delicati, è spesso caduta in trabocchetti dal razzismo facile: Alessandra Stanley, critica televisiva del New York Times, nella recensione alla serie How to get away with a murder, si è riferita alla creatrice Shonda Rhimes come una angry black woman (donna nera arrabbiata), che nello slang americano corrisponde ad uno stereotipo fortemente razzista e assai diffuso, e ha bollato la protagonista Viola Davis come a un’attrice classicamente meno bella rispetto alle altre attrici afroamericane dalla pelle meno scura. È invece di sole poche settimane fa l’articolo di Nellie Andreeva, editore di Deadline Hollywood, che nello scrivere dell’evidente aumento della multietnicità dei casting degli ultimi show (Empire, Black-ish e Fresh Off the Boat) si è lamentato delle ridotte possibilità date agli attori bianchi. Solo dopo una forte reazione da parte del pubblico e della rete, entrambi i giornalisti hanno parzialmente ritrattato le loro posizioni e chiesto scusa.

Qualcosa, però, sembra si stia muovendo. Scandal e House of Cards hanno preso di petto la questione, riservando un intero episodio al tragico rapporto fra le forze dell’ordine e la comunità afroamericana. Dear white people, successo di critica al Sundance Film Festival, è un film tutto incentrato sulle tensioni fra la comunità bianca e quella nera all’interno di un college e Glory, colonna sonora del film Selma, è una celebrazione delle differenze e del rispetto reciproco. Ed è grazie a questi piccoli passi, e alla sempre più forte responsabilizzazione da parte di attori, attrici, produttori, cantanti, che le cose potrebbero cominciare davvero a cambiare. Non sarà mai troppo presto.

Giulio Scollo per 9ArtCorsoComo9

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