40 anni di sfiga, sconfitte e mediocrità. Auguri Fantozzi!

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Murato casualmente dentro un bagno dell’ufficio Sinistri presso cui lavora, ma forse speranzoso di potersene stare lì per un bel po’ senza essere subito liberato. È la prima immagine che abbiamo del ragioniere Ugo Fantozzi, che 40 anni fa come oggi faceva il suo esordio sugli schermi italiani nel primo di una lunga serie di film che lo avrebbero fanno   entrare con prepotenza nella cultura italiana.

Il personaggio nato dalla mente di Paolo Villaggio, proposto prima nei suoi monologhi televisivi eFantozzi 2 poi in racconti pubblicati su l’Europeo e raccolti in un fortunato volume, è diventato uno sei simboli più riconosciuti e amati degli anni Settanta grazie soprattutto alle pellicole di Luciano Salce e Neri Parenti. Pellicole che, soprattutto viste a distanza di anni, si rivelano depositarie del clima e delle tensioni di un’epoca e che non smettono di parlarci e farci ridere con un grave fondo di amarezza.

Senza abbandonare la struttura episodica che aveva fatto la fortuna dei suoi scritti, Villaggio porta in scena le vicende di quello che nelle sue parole è il perfetto rappresentante dell’uomo medio. Inetto, sfigato, calpestato da tutti e perseguitato non solo dalla sfortuna ma anche da una personalissima nuvoletta nera pronta a piovergli addosso nei momenti più inopportuni. Ma anche intrappolato tra una vita domestica con la moglie Pina e la figlia Mariangela (la cui bellezza farebbe a gara con quella di una scimmia tanto che molti la chiamano Cita) e tra un lavoro dove chiunque sembra pronto a mettergli i piedi in testa, a chiamarlo coglionazzo o merdaccia e a fargli subire qualsiasi tipo di angheria.

Non c’è da meravigliarsi se qualcuno ha tacciato Villaggio di cinismo e cattiveria, o ha preferito evitare la visione di uno spettacolo “troppo disagevole”. Fantozzi ci fa ridere ma ci fa anche star male, perché tutti in fondo possiamo riconoscerci in lui. Possiamo riconoscerci nelle pratiche masochiste che quotidianamente si infligge pur di conseguire obiettivi che spesso rivelano troppo tardi la loro precarietà. Ci riconosciamo nella sua insofferenza verso le istituzioni di cui è però terribilmente dipendente e a cui finisce per vendersi (nel finale del primo film, da asceta comunista Fantozzi decide di immergersi nell’acquario ricolmo di dipendenti del suo supercapo). Ci riconosciamo nelle speranze fantozzi3disilluse e nei sogni di terza categoria che popolano la sua mente.

E se a volte le situazioni in stile slapstick e le numerose gag fisiche di cui è perennemente protagonista e vittima sfociano nella ripetitività, Fantozzi/Villaggio resta insuperabile nella capacità di rivelare gli aspetti più mediocri e deprimenti delle realtà quotidiane attraverso iperboli indovinate e feroci. La partita tra scapoli e ammogliati organizzata dall’azienda nel campo più disastrato della periferia romana e pronto a diventare una immensa pozza di fango (nel primo Fantozzi) è un esempio perfetto di ciò.

Ma forse c’è anche tempo e (scarsa) volontà di rialzare la testa, di dire NO e sperare che possa arrivare il momento della rivalsa. Ed è forse per questo che la sequenza a dir poco storica, in cui Fantozzi dopo aver subito la visione della Corazzata Potemkin per la tredicesima volta secondo volontà del suo superiore la apostrofa come cagata pazzesca, suscita ancora oggi trasporto e adesione.

Francesco Zucchetti per 9ArtCorsoComo9

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