Spleen date. La luna e i lampadari

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“Quando noi danziamo fino all’alba

la luna ha pietà di noi.”

“I’m gonna fly like a bird through the night, feel my tears as they dry
I’m gonna swing from the chandelier, from the chandelier.

But I’m holding on for dear life, won’t look down won’t open my eyes.”

[Volerò come un uccello nella notte, sentirò le mie lacrime asciugarsi, ondeggerò dal lampadario, dal lampadario.

Ma sto tenendo stretta la vita. Non guarderò in basso, non aprirò gli occhi].

 

Ispirato a un dialogo immaginario tra un canto indiano Arapaho e Sia (Chandelier, 2014).

Un braccio rotto. Partì tutto così, la prima volta che ti vidi. Entrasti nella stanza con un braccio rotto. Quella cicatrice di tanti punti, il tuo atteggiamento goffo e piegato da un lato, come un lampadario acciaccato. Eri instabile, per nulla elegante. Un orso con tante borse della spesa e quella cicatrice. Punti tenuti insieme da una linea dura e terribile. Non potevo non guardarla. Non potevo non guardarti.

Uno Spleen date. L’avevo appena  pubblicato. Tu prendesti il mio cellulare e dalla tua lingua straniera cercasti di capire ciò che scrivevo. Senza conoscermi, ti isolasti dal mondo di quella stanza, e leggesti una per una le mie parole. Con quel braccio rotto, la busta della spesa. Eri un lampadario acciaccato, che splendeva di luce propria. Dietro quegli occhiali enormi da meno otto decimi. “Sei bellissima”.

“Non ci vedi nulla. Non è un complimento.”

Ridevi.

Con quel braccio rotto una sera andammo, in tanti, a ballare la tua musica, latino americana. Tu eri fermo. Non potevi ballare. Io ballai con tutti.  Ero un lampadario che volava da una parte all’altra. Ballai con il mio amico italiano tutto scoordinato, con la mia amica serba elegante e distaccata, il mio amico turco impacciato e fintamente distratto. La mia amica colombiana, sensualissima. Il mio amico ballerino costaricano, speciale con i suoi occhi grandi.

Tu mi guardavi.

Tornammo sotto la luna, a casa, tutti a piedi.  Un gruppo infinito di nazionalità. Faceva freddo.

In un attimo, il miracolo.

Tenevi in alto il tuo braccio rotto come esercizio, te l’aveva detto il medico. Per giorni e giorni sarei stata al tuo fianco con quel tuo braccio in alto, anche nei musei, di fronte ai quadri, tu stavi con quel braccio in alto.  In quell’istante ancora non lo sapevo.

In quell’istante tu mi prendesti la mano.

Non fui più instabile e neanche tu. Eri storto, ma fermo, non più goffo. Forte e deciso.  Passo passo, a piedi, ci avvicinavamo a casa. Mi sentivo ferma. Avevo trovato la mia metà per stare forte, in piedi.

Passo passo. Mi sentii tutto ad un tratto stabile. La tua mano grande e piena di righe. Il tuo braccio rotto verso l’alto.

E la luna che ci perdonava  di essere così, lampadari acciaccati.

A ballare, insicuri e folli,  nella notte infinita.

 

Federica Maria Marrella per 9ArtCorsoComo9

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