Steve Jobs: il nuovo documentario divide i fan

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A volte mi chiedo che senso abbia augurare a un defunto di riposare in pace. È possibile avere dei tormenti anche dopo aver lasciato questo mondo? Purtroppo il caso di Steve Jobs è emblematico e insegna come non sia mai troppo tardi per cercare di infangare una reputazione. Deceduto nell’ottobre del 2011, il co-fondatore di Apple è tuttora bersaglio di continue critiche. L’ultima in ordine di tempo ha a che fare con il nuovo documentario girato da Alex Gibney e intitolato Steve Jobs: The Man in The Machine”.

steve-jobs-da-giovaneNel film, presentato questo fine settimana all’SXSW Film Festival, emerge un Jobs problematico e complesso. Gibney non si è infatti limitato a tesserne le lodi, ma ha approfondito i lati più oscuri del grande informatico: lo Steve che tutti noi conosciamo per aver inventato il brand della mela morsicata, in realtà sarebbe stato consumato dalla celebrità e dall’auto promozione. Succube del successo, sarebbe persino arrivato a imporre ai propri dipendenti lunghe ed estenuanti ore di lavoro.

Un ritratto impietoso insomma, da cui Apple non può che prendere le distanze. Eddy Cue, uno dei più alti manager dell’azienda, ha criticato aspramente il documentario definendolo «deludente e inaccurato». Parole di sdegno sono arrivate anche da altri dirigenti Apple secondo cui molte di quelle storie sono inventate o quantomeno esagerate.

Dal canto suo, il regista sostiene di aver dato vita a un ritratto impressionistico. E se con questo simpatico termine è possibile indicare le calunnie, allora possiamo dire che Steve Jobs vanta un numero molto alto di ritratti impressionistici postumi. Uno dei più coloriti uscì nel 2014. «Se Steve Jobs fosse ancora vivo sarebbe in galera?» si chiese allora il New York Times. L’accusa era quella di aver ideato il cartello tra le grandi aziende della Silicon Valley in modo da tenere bassi i salari dei dipendenti. Jobs sarebbe stato quindi colpevole di aver infranto quella legge che dichiara illegale ogni cospirazione mirata a restringere la concorrenza e il commercio.

timDifficile stabilire quante colpe abbia effettivamente Jobs e probabilmente nemmeno la nuova testimonianza chiarirà tutti i dubbi. Il 24 marzo uscirà negli USA “Becoming Steve Jobs”, la seconda grande biografia dopo quella scritta da Walter Isaacson. Secondo le prime indiscrezioni gli autori del libro sarebbero andati contro corrente mettendo in luce gli aspetti positivi del carattere di Jobs. Tra le altre cose, si racconta infatti come l’informatico abbia rifiutato categoricamente un trapianto di fegato che avrebbe potuto salvargli la vita. Il donatore sarebbe stato l’amico (nonché attuale amministratore delegato di Apple) Tim Cook.

Steve Jobs ha rivoluzionato la storia, quindi domandare e indagare appare più che mai legittimo. Ma anche farlo in tempo lo è perché tutti dovrebbero avere la possibilità di difendersi.

Silvia Pozzoli per 9ArtCorsoComo

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