Gatti e gattari: il Giappone che si lecca i baffi

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Se mi si chiedesse quali siano i miei argomenti di conversazione a senso unico, primo direi Blindi. Il mio adorato cane, il cui nome di battesimo è Cherie, Blindi per gli amici. Secondo, direi i gattacci di mia nonna. Ne ha tanti, per non dire tantissimi, decisamente troppi. Celebre è la Carla per il suo blando allevamento, ma che la televisione ci facesse un servizio questo mai avrei immaginato.

Una miriade di gatti segue, come topi con il loro pifferaio, la vecchina dagli occhi a mandorla. Ma non è la Carla! Tendendo l’orecchio e aguzzando la vista, non scorgo alcun Camillo, Tancredi, Lady Oscar. Il luogo incriminato non è la campagna piemontese, bensì Aoshima, isola nel sud del Giappone. Negli anni post bellici, tra ’40 e ’50, veniva utilizzata come rifugio da sfollati che lì si dirigevano insiemeleanor_abernathy_2e ai pochi averi ed animali domestici. Oggi la natura ha preso il sopravvento e il rapporto persone/gatti ha raggiunto 1/6. In altre parole, per una totalità di 20 persone vi sono 120 gatti. Che se in principio si dedicavano alla caccia di topini, una volta sterminati, annoiati dalla loro assenza, si son dati all’ammore che neanche la famiglia Anania di Sanremo. Che ci sia l’intercessione dello Spirito Santo qui non lo si sa, di qualche gattara (o ristoratore?) quasi certamente.

Conosco persone che venderebbero il figlio non ancora concepito per tale paradiso di felini. Se qui, in Italia, il gatto è secondo solo al cane per animale da compagnia per antonomasia, e se in Russia i gatti vengono tinti di rosa per farne il perfetto matchy-matchy con la starlette Elena Lenina, in Asia non è da escludere che trovino la propria ragion d’essere s’un piatto da portata.

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Sabrina Nunziata per 9ArtCorsoComo9

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