Con Apple #JeSuisEmoticon

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Come possiamo considerarci appieno una civiltà multietnica e mentalmente  aperta senza che gli emoticon la rispecchino? Niente paura, ci pensa Apple! Il colosso informatico ha infatti annunciato che a breve sguinzaglierà un nuovo esercito di faccine, icone e figurine animate. In seguito all’accusa degli utenti del web di proporre sempre rappresentazioni di bianchi e coppie etero, Apple risponde con l’amore al di là del genere e tutte le cinquanta sfumature di melanina. Forse non proprio cinquanta, ma cinque sono già un buon numero, soprattutto se si considera che l’aggiornamento aggiungerà ben 300 nuovi emoticon “egalitari”.

Gli sforzi per garantire a tutti uguaglianza nell’essere rappresentati anche sulla tastiera sono lodevoli e non si può evitare di chiedersi come tale innovazione non fosse già inclusa nell’assetto originale dei vari social e dispositivi elettronici. Non solo: la notizia dovrebbe anche dare nuovo impulso alla riflessione sull’impostazione ancora fortemente discriminatoria della quale risente persino l’avanguardia tecnologica dell’occidente dei diritti.

emojiLa rilevanza sociale degli emoticon non si ferma solo al campo della rappresentanza. “Emoticon” è un neologismo derivante dalle parole “emotion” e “icon”, difficili da comprendere. Si tratta di  icone di emozioni o di emozioni in un’icona? Gli emoticon hanno invaso la nostra vita virtuale, pervadendo le nostre chat, sostituendosi all’espressione diretta dei sentimenti e impossessandosi di ciò che non può essere espresso a parole. I nostri sentimenti, i nostri ideali, la nostra “modernità” possono essere ridotti a delle faccine spiaccicate tra le nuvolette di dialogo? Il linguaggio si modifica e si reinventa con il web, accade lo stesso con ciò che proviamo? Possiamo “contrarre” un’emozione? Possiamo trasformare le lacrime in pixel come tramutiamo le “ch” in “k”? 

La risposta è ovviamente negativa, ma, per quanto possa sembrare inquietante, lo sarà anche in futuro? Eppure dobbiamo venire a patti con la realtà. Alcune cose non possono essere tradotte con la lingua scritta. Quando la distanza o la necessità di velocizzare la comunicazione ci impediscono un diretto contatto, l’emoticon ci semplifica le cose. Non solo: chi non ha mai evitato una situazione imbarazzante con un emoticon diversivo? Inoltre, la maggiore o minore presenza di emoticon in un discorso varia anche in base al registro linguistico che si vuole mantenere.

Inutile a dirsi, il linguaggio verbale rimarrà sempre il mezzo più efficace, per quanto non esauriente, per esprimere ciò che abbiamo dentro. Sul web, esso ci rappresenta, anche se spesso la nostra personalità si riduce ad una faccina sorridente, di qualunque colore essa sia. Sul web siamo sempre più invulnerabili,  insensibili e sterili come gli emoticon e la nostra emozione si manifesta raramente oltre la cornice di un’icona. Il problema sta nella vita en plein air, per quanto al giorno d’oggi sia difficile chiarire quanta realtà abbia in più della gemella virtuale. Fino a quando riusciremo ancora a credere profondamente nella portata dei valori per cui lottiamo? Fino a quando le tragedie del mondo ci colpiranno ancora nell’intimo, muovendoci a reagire? Siamo certi di essere completamente fatti di carne e ossa o ci stiamo già trasformando in emoticon?

Poche cose sono certe: un emoticon non combatte per i diritti lgbt, un emoticon non sa cos’è il razzismo, un emoticon non pensa e l’ingiustizia gli è estranea. Un emoticon non si emoziona.

Damiano Ranzenigo per 9ArtCorsoComo9

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