E David Bowie incontrò Bertolucci e Salvatores

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Basterebbe fare una carrellata delle copertine degli album di David Bowie, dal 1969 ad oggi, per capire come la musica sia solo uno dei molteplici aspetti della sua carriera.

Dalle pose alla Greta Garbo di Hunky Dory alla saetta rossa che dipinge gli occhi chiusi di Aladdin Sane, fino al profilo dismesso di Low. Fotografie che riescono spesso a riassumere in sé i contenuti dell’album che vanno a presentare, destinate poi a diventare parte dell’immaginario collettivo.

Ha sempre saputo come giocare con la sua persona, Bowie. Vendendosi come bisessuale durante la sfarzosa epoca di Ziggy Stardust, o assumendo i panni del Sottile Duca Bianco durante la prima fase sperimentale (preludio ai gloriosi anni della Trilogia Berlinese). Poi gli anni da dancer laccato degli anni ’80 e la ricerca di un’immcragine più erudita e intellettuale in quello che fu il periodo di 1.Outside e Earthling.

Insomma, l’immagine è un tutt’uno con la musica di Bowie. E il cinema, oltre ad averlo utilizzato in più occasioni come attore, è spesso ricorso al suo repertorio per arricchire diverse soundtracks e utilizzare la forte vena evocativa delle sue canzoni. Tuttavia sembra quasi ci sia un percorso comune nei diversi film che hanno utilizzato un brano del Duca bianco. Una intenzione e uno spirito simili che fanno riflettere.

Partiamo innanzitutto dal film la cui colonna sonora è quasi interamente sotto sua firma, il celebre Christiane F. – Noi i ragazzi dello zoo di Berlino. La tossicodipendente protagonista del film non solo ascolta ripetutamente i suoi dischi (in particolare quelli personali e riflessivi del periodo berlinese), ma si dirige anche a un suo concerto in cui Bowie intona “Station to Station”. “E’ troppo tardi per essere grati/E’ troppo tardi per essere in ritardo ancora” canta il Duca Bianco, e lo sguardo di Christiane lo scruta, quasi volesse trovare una ragione del suo dolore nelle parole cantate.

Di lì a pochi anni il francese Leos Carax, nel suo film d’esordio Boy meets girl, commenta una passeggiata sui canali di Parigi del solitario protagonista con “When I live my dream”. È il brano che il ragazzo ascolta col suo walkman e che lo guida nella notte, mentre scruta meditabondo due amanti che si baciano e si abbandona ai pensieri sulla sua amata. La dolce ed ingenua melodia aggiunge ulteriore malinconia alla scena, rendendola un piccolo gioiello di delicatezza e poesia (in un film peraltro non molto riuscito).

Anche in Italia non abbiamo esitato ad approfittare di Bowie. Gabriele Salvatores si impossessa di “Absolute Beginners” per lo spericolato giro in giostra dei protagonisti di Educazione siberiana. Descrizione perfetta del momento in cui i protagonisti sembrano lasciarsi alle spalle la tragicità quotidiana per cinque minuti di allegria e di speranza. Ma un senso di forte fragilità pervade la scena.

Frances Ha
Frances Ha

Ed è anche fragile quella danza che unisce il sociopatico Luca con la sorellastra eroinomane, Olivia, in “Io e Te” di Bernardo Bertolucci. Una danza per cui il regista sceglie la versione italiana di “Space Oddity”, cantata dallo stesso Bowie (!) e con testo di Mogol. La scelta di un brano così “straniante” (se non addirittura buffo) risulta vincente: non solo sembra adeguato al personaggio di Olivia, ma corona perfettamente quel rapporto titubante e delicato che è proprio dei due fratelli.

Infine (potremmo fare molti altri esempi con Tarantino, Cotroneo e Roeg ma meglio fermarsi qui) vale la pena ricordare l’entusiasta corsa di Frances Ha nell’omonimo film di Noel Baumbach sulle note di “Modern Love”. Una scena davvero irresistibile e dall’energia contagiosa, espressione di un personaggio indimenticabile quanto complesso. Frances è gioiosa, scatenata ma anche insicura e alla ricerca di una sua dimensione in un mondo molto confuso.

Cosa unisce dunque registi tanto diversi come Baumbach, Salvatores, Bertolucci e Carax? L’utilizzo che fanno di Bowie per raccontare la fragilità, la solitudine e l’insicurezza degli adolescenti. Ed è ancora più particolare che non siano brani per forza malinconici o tristi a farlo: è forse Bowie stesso a essere specchio di questi sentimenti. A essere portavoce di una giovinezza confusa e alla continua ricerca di un proprio equilibrio, ma sempre riottosa ad omologarsi e a seguire la strada più semplice.

Il ragazzo chiuso in camera con le cuffie sulle orecchie diventa lo spettatore in una sala affollata. Ma l’emozione che gli viene incontro non potrebbe essere più simile.

 

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