Ricordando Ronconi, il Maestro di vita

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Il 21 febbraio se n’è andato Luca Ronconi e con lui un pezzo di teatro italiano, quello vero, fatto di carne, voce, respiro, movimento. Ronconi è stato un Maestro che ha saputo osare e rinnovare la concezione di un teatro che usciva dagli spazi, dagli schemi, con humour e passione, essenziale nella scenografia, ma pregno di profondità, capace scavare nell’uomo, attore o autore, interpretando il testo a fondo. Già con l’Orlando Furioso del 1969 aveva raggiunto un traguardo che segnò un inizio: usare lo spazio per far muovere lo spettatore e accompagnarlo assieme al percorso dei personaggi, reinterpretare il teatro classico in una maniera nuova, dinamica come fece con il Progetto Greci per cui mise in scena il Promoeteo Incatenato, Le Rane, Le Baccanti.

 Con lui scompare il “regista”, quella figura incarnata da Strehler e Visconti in grado di creare scompiglio fra il pubblico, incantare, dividere estimatori e detrattori, ma pur sempre affascinare con una bravura scenica e un’idea curiosa e potente, non sempre politically correct, ma proprio per questo in grado di pungolare le sedie del pubblico senza lasciarlo inerme, arricchendolo a tu-per-tu come solo l’arte della performance riesce a fare. Sono troppo giovane per aver visto alcuni dei suoi più grandi e più lunghi spettacoli, ma l’eco di Ignorabimus, andato in scena per 12 ore, il racconto delle missive de Gli ultimi giorni dell’umanità di Kraus, pensato con una scenografia articolata, fatta di praticabili e piattaforme, Infinities di Barrow (che attinge da paradossi matematici per trasformarli in stanze da esplorare) e Fareniheit 451, ispirato da  Ray Bradbury, sono opere che mi hanno affascinato e spinto a considerare il palcoscenico come un luogo d’incontro e di comprensione, di dibattito, emozione e riflessione, faticoso a volte, ma mai scontato, in divenire.

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Pornografia

  Gli Shakespeare, Goldoni e Pirandello in tutti questi anni ha rappresentato e la sua abilità nel trasformare le parole di un romanzo in personaggi drammaturgici veri e propri, com’è il caso del recente Pornografia di Gombrowicz e del suo ultimo spettacolo, Lehman Trilogy di Stefano Massini. Lo sforzo di ricercare con minuzia particolari ed intenzioni con cui vestire gli attori, lasciano un metodo, una visione, un modo di essere nel recitare e nell’andare a teatro, nel reinterpretare la vita, e l’uomo. Non solo gli studenti della Scuola del Piccolo o della Scuola Santa Cristina ne hanno visto una guida, un mentore. Basterebbe parlare con Massimo De Frankovich, Fabrizio Gifuni, Fausto Cabra, Massimo Popolizio, e tutti coloro con cui ha lavorato per comprendere quanto ora dietro al Maestro si apra un vuoto e insieme si condensino i ricordi nella memoria, custoditi come buoni consigli di vita.

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Lehman Trilogy

 Ronconi non era come spesso lo dipingevano, austero e irraggiungibile. Severo certo, nelle sue richieste agli attori e al pubblico, meticoloso nel suo lavoro, ma anche e soprattutto solare e spiritoso, un maestro di umanità e tenacia. Ho avuto il piacere di conoscerlo, per poco, e di rendermi conto della sua vena umoristica mai banale e della sua capacità di comprendere con un’occhiata lo sguardo e l’animo altrui. Pochi registi sono stati così versatili nel dedicarsi a così tanti autori, in prosa e nell’opera lirica e a decidere di rischiare anche fisicamente per dedicarsi a ciò a cui più tenevano. Ronconi era in dialisi tre volte a settimana. Oppresso da problemi fisici che tuttavia non gli impedivano di realizzare i suoi sogni, per questo appare strano che non ci sia più, ma siamo memori di quello che ci ha donato e di quello che ancora, se fosse qui, ci avrebbe potuto regalare.

Luca Ronconi è stato un Maestro esigente, capace e coraggioso, dallo sguardo, attento ed autoironico. Lehman Trilogy è stato il suo ultimo e personalissimo lavoro, forse un monito o una sintesi di ciò che voleva farci ricordare.

Daniele Giacari 9ArtCorsoComo9

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