La vita di Adele e Mommy: un cinema sacro?

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Prima di tutto le confessioni. Ho preferito La vita di Adele a Mommy: la seconda pellicola mi era stata annunciata come la rivelazione dell’anno, una pietra angolare da cui sarebbe difficile prendere le distanze senza riconoscerle lo status di immediato classico. Invece, per quanto l’abbia apprezzata e vi abbia trovato più di un motivo di interesse da ripromettermi di rivederlo, non è riuscita a darmi quello shock emotivo che Adele mi aveva regalato con la sua storia.

Steven in MommyTuttavia mi è stato inevitabile notare alcune coincidenze tra i film del tunisino Abdellatif Kekiche (La vita di Adele) e del canadese Xavier Dolan (Mommy). Entrambe le opere sono la quinta fatica di entrambi i registi, in lingua francese ma non realizzate da francesi e presentano una durata consistente per film del genere. Pongono ambedue al centro della vicenda un adolescente nel tentativo di restituire un quadro veritiero e lucido sulle crisi e difficoltà di quella fase della vita, e nel farlo ricorrono a una regia spesso tesa e dominata da primissimi piani a tratti soffocanti. E dulcis in fundo, entrambi hanno vinto La Palma d’Oro a Cannes.

Ma è su due scene che vorrei concentrarmi.

Adele torna a casa sua, probabilmente dopo aver passato la giornata con la sua fidanzata Emma. Ad accoglierla una festa a sorpresa organizzata da amici e genitori. La camera indugia sul suo sguardo meravigliato, poi sullo spegnimento delle candeline, sul trenino danzante che fanno gli amici. E poi arriva il momento magico. Fino a quel momento la musica nel film è stata diegetica (abbiamo sempre capito da dove veniva), ora sembra invece sovrastare la festa mentre parte I follow rivers di Lykke Li. Adele balla con grazia, pensa meditabonda e insicura (Emma non c’è, i suoi genitori non sanno della storia con lei), poi un sorriso bellissimo sul volto. Infine una inquadratura presa da lontano, quasi qualcuno stesse sbirciando, la cattura mentre sembra imitare un aeroplano.

KylaDall’altra parte l”’esuberante” Steve mette su un disco fatto dal padre ormai defunto. Parte On Ne Change Pas di Celine Dion. Lui si è truccato con smalto e matita per occhi, mette a disagio la balbuziente ospite Kyla. Poi però l’atmosfera si scioglie, complice la mamma di Steve che la invita a ballare e cantare con loro. Kyla allora sorride, fa due passi impacciati, poi tira fuori una voce graziosa. La musica si alza, i tre continuano a cantare e ballare, la camera si allontana e li raccoglie in una inquadratura dal respiro quasi epico.

Già, epico. Non ci sono molti aggettivi che secondo me possano restituire ugualmente l’atmosfera che si avverte in queste scene. Ciò che viene ritratto è qualcosa di comunissimo: una festa di compleanno, un ballo improvvisato in casa, cose che tutti noi conosciamo insomma. Lykke Li e Celine Dion non sono poi sicuramente Beethoven. Ma l’amore con cui Kekiche e Dolan inquadrano i loro personaggi, li scrutano e ne rivelano un sorriso o un passo insicuro arriva dritto al cuore. È impossibile non ritrovarcisi: per quanto confusi (Adele) o perdenti (Steve, Kyla e Diane) loro possano essere, fanno quello che facciamo noi e ascoltano la nostra stessa musica. Ci perdiamo completamente in loro e con loro.

Il cinema non ha forse sempre bisogno degli effetti speciali e dei milioni di budget per sconvolgere e stordire i sensi. Quando riesce ad astrarre un particolare del quotidiano e ad infonderci tanta passione e tanto amore nel rappresentarlo, ci permette di riscoprire anche la sacralità di un sorriso accennato. Provare per credere.

Francesco Zucchetti per 9ArtCorsoComo9

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