Il fascino dell’Italia

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Il 23 aprile 2015 aprirà nella neoclassica Villa Reale di Monza la mostra Italia fascino e mito dal Cinquecento al Contemporaneo e un titolo così da modo di riflettere. Dalla riapertura al pubblico, la Reggia- progettata dal Piermarini e sviluppata dai suoi allievi-ha già ospitato diverse esposizioni interessanti tra Serrone e corpo centrale: Amore e Psiche, De Chirico e attualmente Steve McCurry.

Il nuovo progetto ha un sapore molto diverso, un’idea della quale si fatica a distinguere i contorni.

Oggi si vive di una rendita, turisticamente parlando, di cui si inizia a intravedere la fine. Milano Expo 2015 e Matera Capitale della Cultura 2019 probabilmente non sovvertiranno le nostre sorti, ma è lecito sperare. Un fascino patinato, come dimostrano siti quali Italy Magazine, è sempre meglio che nessun fascino. Secondo l’intervento che Crozza fece a San Remo 2014, l’Italia è da sempre in bilico tra la Grande Bellezza e l’enorme disastro. Ecco la nostra patinatura che ci fa addirittura da scudo, uno scudo dorato di nome Oscar. Crozza non aveva tutti i torti e la battuta non vale solo per oggi: già Goethe lamentava nel suo Viaggio in Italia del nostro spirito malandrino: “l‘Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade,/ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole./ Onestà tedesca ovunque cercherai invano,/c’è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina” . Il fascino era traballante pure un paio di secoli fa. E dunque, come mai tutti gli aristocratici prima, e i parvenu poi, si sono incomodati a svernare quaggiù?

Per rispondere dobbiamo tornare indietro di circa cinquecento anni, al Rinascimento. Si torna sempre lì, alla fine.

L’Italia era già molto frequentata durante i cosiddetti secoli bui, attraversata dalla vie dei pellegrini mai deserte, e infatti come si dice tutte le strade portano a Roma, o almeno portavano. Nel Cinquecento però Roma non è solo la capitale della cristianità, ma anche la prova tangibile- e vivibile- del potere antico: ogni buco fatto in terra rivela tesori di un passato grandioso e le guide ai pellegrini si adeguano: non più citate le sole chiese ma anche i monumenti antichi.

La rinascita delle arti conseguente al rispetto e alla voglia di emulazione dell’antico, con intenti di superamento in alcuni casi -Michelangelo, Bernini, Canova su tutti- è sintetizzata nel termine Rinascimento solo nel 1860 da Jakob Burckhardt in un momento più che florido per la produzione delle lettere artistiche che ha il suo avvio proprio nel secolo decimo sesto grazie allo straordinario successo de Le Vite di Vasari. Si stabilisce la triade capitolina dell’arte: Leonardo, Raffaello, Michelangelo; sono gli anni del Laocoonte, della Domus Aurea, del Sacco di Roma, della Controriforma…  Gli anni d’oro, non per i Papi forse, ma per l’Italia. Tutto concorre a far conoscere l’Italia e la sua arte, a magnificarla: “maestra della arti” si dirà e scriverà per secoli.

botticelli - pallade che doma il centauro 1482Già nel 1482 Botticelli dipingeva una tela perfettamente classicista: Pallade che doma il centauro -presente nella mostra monzese- oltre al tema mitologico presenta due caratteristiche tipiche dell’arte italiana del quattrocento, germogli per l’arte a seguire: il paesaggio e l’elemento architettonico romano, in rovina. A questa data è precoce parlare di un gusto per la rovina e l’intento dell’opera è ancora moralizzante -trionfo della purezza sulla lussuria, o della pace sulla discordia in senso politico-, ma il paesaggio è ben descritto e riconducibile al Golfo di Napoli, che avrà grande successo in epoche successive fino alle nostre cartoline con l’imperante Vesuvio.

Quest’opera del Botticelli si trova normalmente agli Uffizi come un’altra tela in prestito alla Villa Reale: Porto con Villa Medici eseguito da Claude Lorrain nel 1637. Claude arriva a Roma dalla Lorena dopo una parentesi friburghese nel 1613 ed è subito attratto dalla scuola bolognese, traendo da Domenichino l’ispirazione per la sua carriera da paesaggista. La veduta del porto romano con Villa Medici a lato, le grandi navi e i piccoli umani sulla riva sembra irreale e, in effetti, lo è. Lorrain- come molti degli stranieri stabilitisi nel sud d’Italia- resta affascinato dalla luce di Napoli, dalla campagna romana, dalle rovine e, assemblando tutti questi elementi, concorre a creare un genere pittorico nuovo: il capriccio. Villa Medici non è sul mare ma è lì che Lorrain la posiziona, con un sole al tramonto che fa vibrare ogni particolare di giallo, e l’accosta ad una chiesa barocca in scorcio; non mancano nemmeno le note di costume: i vessilli delle navi, i facchini dai piedi nudi, i passeggeri in attesa coi bagagli, piatti e mandolini.

Tutta l’Italia a questo punto è attraversata da viandanti e viaggiatori, non semplici artisti e ambasciatori ma il fior fiore della società europea: è l’epoca del Gran Tour. Nel 1697 il religioso Richard Lassels, tutore di molti rampolli della nobiltà inglese, dà alle stampe An Italian Voyage dove, oltre a confezionare il termine Grand Tour, ne spiega la ragione d’essere: ogni giovane signore deve intraprendere il viaggio per comprendere le realtà politiche, sociali ed economiche del mondo: “solo colui che ha compiuto il grand tour dall’Italia alla Francia  è in grado di capire Cesare e Livio”. L’Italia è un museo a cielo aperto, tappa privilegiata in Europa per le collezioni naturalistiche, oltre che artistiche, per i diversi costumi e i differenti regimi politici: in Italia, oltre le dominazioni straniere, ci sono due repubbliche, un regime teocratico e un ducato, tutte realtà con una solida e lunga tradizione.

zoffany - la biblioteca di charles townley 1781Roma è il grande museo per eccellenza ma la lezione dell’antico è ovunque, anche più di oggi. La moda dell’antico genera un mercato di calchi, copie e ovviamente falsi di pezzi antichi, e dipinti; aumenta esponenzialmente la produzione di disegni e stampe con vedute di Roma, Napoli, Venezia, Firenze… antenati di cartoline, ferma carte e bocce di neve. Ora, come allora, il viaggiatore vuole un pezzetto d’Italia da riportare con sé a casa. In mostra il quadro di Zoffany, Biblioteca di Charles Townley, Park Street 7, Westminster, datato 1781-1783, rende bene l’anticomania dilagante: la collezione di statue antiche ingombra la biblioteca, l’occupa in un clima di autogestione avversato dagli illuministi.

Il souvenir si ritrova anche nei ritratti da stanza: il viaggiatore testimonia il proprio itinerario, incide il ricordo a colori sulla tela. Il viaggiatore che ha raggiunto il successo,  un superiore livello sociale, si fa ritrarre davanti a paesaggi italiani o rovine romane; tra i tanti anche Goethe non sa resistere. Pompeo Batoni ci restituisce, nel 1766, il fiero scozzese colonnello William Gordon, in posa eroica, drappeggiato nell’adorato kilt come fosse una toga romana, sotto la custodia della Minerva.

Ancora nel corso del Novecento, l’Italia era la meta prediletta di inglesi e tedeschi. Se oggi ci abbandonano è solo per colpa nostra, Der Spiegel non ha sempre torto. Il fascino dell’Italia è un po’ appannato ma sempre esibito, sui muri ben tinteggiati del Louvre o della National Gallery.  Forse questa mostra aiuterà la consapevolezza di ogni cittadino che la visiterà: la nostra non è un’eredità di diritti ma di doveri, pena la perdita del Paese, letteralmente -remember Genoa.

 Veronica Benetello per 9ArtCorsoComo9

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