Il fascino dell’inconoscibilità. Eamon Doyle

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Si passava per strade sfolgoranti di luci, fra gli spintoni degli ubriachi e delle donne che contrattavano, fra le imprecazioni degli operai, le stridule litanie dei garzoni che facevano la guardia ai barili di carne salata, le nenie nasali dei cantastorie che intonavano inni su ODonavan Rossa o ballate sui tumulti della nostra terra (Dubliners, James Joyce).

Chissà cosa avrebbe detto Joyce se avesse saputo che le sue parole sarebbero rimaste attuali anche ai giorni nostri. Ancora, dopo un secolo. Probabilmente si sarebbe messo le mani nei capelli. Avrebbe pensato a quanto ostinatamente il genere umano eviti il cambiamento. A quanto sia inevitabilmente paralyzed.

2692E infatti, ancora una volta, proprio da quelle strade, da quelle donne e quegli uomini prende le mosse il lavoro di Eamonn Doyle. La sua particolare e intrigante mostra fotografica aperta a Parigi nel novembre 2014- esamina il rapporto che intercorre tra gli esseri umani, attraverso la raffigurazione di individui immersi nella loro solitudine e quotidianità. Figure quasi beckettiane, come sostiene il fotografo dublinese.

 Il problema ora non è la paralisi dei soggetti raccontati, ma, quella dellartista. La vera protagonista, qui, è l’impossibilità di conoscere chi sta al di là dell’obbiettivo.

 Dagli innumerevoli attimi catturati per le strade di Dublino cogliamo il profondo disagio di un uomo che si trova di fronte ad un altro uomo, con cui non è in grado di entrare in contatto. Un uomo che, metaforicamente e letteralmente, porge le spalle.

 Eamonn_Doyle_i-472x710E, a ben riflettere, è ciò che accade ogni giorno a ciascuno di noi: chi sono le persone che incontriamo alla fermata dell’autobus o in coda al supermercato? Riuscireste a ricordare il volto di almeno uno di loro?

Lo scopo di Doyle è quello di riuscire a rompere le distanze ed entrare nel mondo di quei personaggi, non attraverso il loro sguardo, ma il nostro. Ciò che conta non è capire la loro storia dall’apparenza, ma andare oltre. Riuscire a coglierne l’essenza e l’esistenza, sebbene lo scatto sia fugace: la chiave, dunque, è nel dettaglio.

 “Stavo cercando di rimuovere la maggior parte del contesto, la storia e il rumore generale che è difficile da evitare nella fotografia di strada. Così ho scattato dall’alto e ho cercato di appiattire le figure sui marciapiedi e le strade, e di solito ho cercato di evitare di mostrare il volto. Sembravano più coinvolgenti per me a causa della loro inconoscibilità. Si potrebbe affermare che rivelando così poco i volti, risulti un ‘allontanamento’ dalle persone in queste fotografie. La mia intenzione è tutto il contrario. Solitamente il ritratto fotografico trova la sua espressività nei volti. Io voglio che lo spettatore guardi altrove, per trovare spunti diversi da quelli ovvi, per osservare più attentamente e, se necessario, per dedurre i volti mancanti”.

Sembra che l’interrogativo, posto da Doyle, in realtà sia quello di tutti noi. Un interrogativo esistenziale che mette a confronto gli uomini del mondo d’oggi. Un mondo in cui si è perso il contatto. Una sorta di Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? del nuovo millennio. Una reinterpretazione del senso di incertezza che domina il Novecento, ma che ora non vede gli uomini uniti alla ricerca di un senso comune. E quindi, se Gauguin in questa impresa titanica poteva fare affidamento alla collettività, Doyle vede l’uomo come un essere solitario e individuale, che deve cercare con le proprie forze di ridare un senso al tutto e deve farlo in un modo nuovo. Ed è proprio questo ciò che affascina: il modo nuovo di indagare!

Sofia Zanotti per 9ArtCorsoComo9

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