Immagini dal Fascismo

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L’istruzione è un elemento fondamentale per la crescita di una persona, per costruirne l’identità. Identità che si manifesta attraverso azioni e pensieri. Luogo deputato di questo processo è la scuola, asino1non inteso meramente come edificio, ma più in generale come spazio in cui si condividono conoscenza, competenza e sapere. La qualità di questo spazio e delle persone che lo frequentano sono fondamentali per lo sviluppo di una comunità.

Tale importanza non è mai sfuggita a coloro che, più o meno legittimamente, hanno avuto il potere di condizionare la società. Non a caso la scuola è stata, a volte, un’ottima fucina per omogeneizzare il pensiero, per inibire il libero arbitrio. Come nel caso della scuola fascista. Nessun allontanamento dall’ideologia dominante è tollerato, nessuna divergenza. Non c’è libertà di scelta e in definitiva nessuna possibilità di arricchirsi. Solo una misera povertà intellettuale.

Nell’ottica del regime il sistema scolastico aveva un ruolo di primo piano, per questo nel 1935 venne attuata una riforma decisiva, attuata da De Vecchi. Egli portò lo stile militarista del “vero fascismo” attraverso la cosiddetta “bonifica”. La scuola perdeva ogni autonomia ed era completamente assoggettata allo stato. I professori antifascisti furono inesorabilmente sollevati dai loro incarichi.

Per creare l’“italiano nuovo”, il fascista del futuro, vennero utilizzati testi scolastici, diari e pagelle – rivolti soprattutto ai più piccoli, cioè ai più malleabili – in cui si esaltava il fascismo sia attraverso brani, filastrocche e storie che davano grande spazio alla vita militare e al Duce, sia attraverso immagini efficaci per la loro immediatezza. A queste in particolare spettava il compito di denigrare visivamente il diverso. Così si trovano sui libri illustrazioni contro le mode e le usanze straniere. Con l’entrata in vigore delle leggi razziali furono bersagliati poi anche ebrei e altre categorie “scomode”, come rom e sinti. Le immagini vennero quindi utilizzate per fomentare la propaganda razzista: anche l’intolleranza può essere insegnata.

6891Le potenzialità di questo medium erano sfruttate consapevolmente per la loro capacità attrattiva e il loro radicarsi nella mente. Proprio per questo però le immagini potevano trasformarsi in un mezzo sovversivo, di derisione del potente.

È il caso de L’Asino, rivista satirica fondata dal bolognese Gabriele Galantara nel 1892, il quale sfruttò a pieno le potenzialità dell’arte figurativa per mettere in ridicolo i personaggi politici del tempo, fra cui non può mancare il Personaggio per eccellenza, Benito Mussolini. La penna di Galantara non esita a rappresentare il duce come un clown, un pagliaccio non inteso come artista raffinato, ma come uomo di poco valore, privo di credibilità. Altre volte invece Mussolini assume i connotati di un mago trasformista-illusionista, abile affabulatore in grado di sfruttare cinicamente ogni situazione. L’occhio ironico del vignettista si concentra in altre occasioni anche sul popolo, rappresentato come un asino. Sgobba silenziosamente, a volte si impunta, ma poi torna a ubbidire pacificamente, nonostante il suo Padrone non meriti molto rispetto: in questo caso le colpe sono anche di chi si fa calpestare.

Simili disegni racchiudono a volte attacchi velati, molto più spesso rivendicazioni e proteste energiche. L’Asino è costretto a chiudere nel 1925.

Nessuna libertà è più tollerata, neppure quella più importante per un uomo: pensare ed esprimersi senza condizionamenti.

Da domenica 25 gennaio il Museo Ebraico di Bologna è sede della mostra A lezione di razzismo – Scuola e libri durante la persecuzione antisemita, iniziativa volta a definire il ruolo delle immagini nello sviluppo della persecuzione antisemita negli anni Trenta e Quaranta del Novecento.

 

Andrea Crivellari per 9ArtCorsoComo9

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