L’inverno 1944-1945

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Aveva lo sguardo sfuggente, solo alla fine della nostra chiacchierata sono riuscita a guardarlo negli occhi. Li vedevo vagare da destra a sinistra, guardare fissi per terra. Perdersi in ricordi atroci, riportare alla luce quelle esperienze terribili che noi riusciamo a malapena immaginare. Erano grandi, data l’eccessiva magrezza del suo corpo. La testa, rasata e ossuta, con la barba appena ispida, fatta il giorno prima, li faceva risaltare ancor di più. Le mani magre e callose, screpolate dal freddo, la sostenevano, come se il peso dei ricordi fosse troppo per quel collo misero e sottile. memoria 4

Primo Levi mi si presentò così. Riconoscerlo dietro a quella maschera, sconvolto e segnato da quella magrezza disumana, non è stato facile. Mi svela che la sua, è la storia di un uomo fortunato. Nel lager la sua laurea in chimica gli aveva permesso di lavorare nel laboratorio, al coperto, lontano (anche se per poche ore al giorno) dal gelo dell’inverno polacco. Nonostante ciò si è ammalato. memoria 1La scarlattina lo aveva fatto finire in infermeria, facendolo scampare dalla disastrosa marcia di fuga da Auschwitz dopo la liberazione russa. Alberto, il suo amico che si era aggregato a questo gruppo di persone, non è arrivato a casa. È stato mangiato dalla neve e dal fango. In quell’anno, che ha sconvolto la sua vita, è riuscito a sopravvivere solo grazie a fortuite coincidenze. Non è stato più bravo, più forte, più intelligente degli altri. Solo più fortunato.

Il suo discorso si interrompe continuamente. È più un flusso di coscienza, una confessione fatta a bassa voce. Parla senza un destinatario preciso. Non sta solo raccontando, sta riaprendo la porta che lo separa dal suo più grande dolore.

Dice che tuttora, quando cammina per strada, sta rasente al muro; come se fosse ancora in fila, come se ci fossero ancora i tedeschi con i fucili puntati a controllare che stessero tutti in linea composti mentre marciano. Non dorme da un pezzo, ormai. Auschwitz ti rimane dentro, te ne accorgi dalle piccole cose.

Mi dice che vuole scrivere e raccontare quanto gli è successo. Altri l’hanno già fatto, o lo faranno. Si parla del diario di una ragazzina di Amsterdam; anche lei finita ad Auschwitz. Ma non è tornata. L’unico sopravvissuto, in quella famiglia, è il padre; reduce solitario di quel triste destino comune ad altre migliaia di persone. Ritornato nel nascondiglio in cui stava con altre famiglie, ha ritrovato i quaderni della figlia, Anne, che raccontavano la vita in quegli interminabili giorni di attesa della fine.

Stiamo in silenzio, vorrei fargli domande, chiedergli di quel tatuaggio sul braccio, anche se quel silenzio trasmette già tanto. Sta seduto di fronte a me e guarda fuori, l’orizzonte, il tramonto e la lieve foschia che ne attenua i colori.

Sonia Lorini per 9ArtCorsoComo9

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