Il tumulto del Novecento

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Un secolo “impetuoso”. Se si potesse definire con un solo aggettivo il Novecento, forse questo sarebbe quello più indicato. Due conflitti mondiali non bastano a rendere l’ idea di un mondo in continua evoluzione e allo stesso tempo in continua contraddizione. Ricchezza e povertà convivono, a periodi di grande ascesa economica seguono crisi drastiche che pongono riflessioni gravi ma necessarie. Il mondo diventa sempre più grande, si parla addirittura di un villaggio globale onnicomprensivo e sconfinato, ma c’è chi rigetta tutto questo, lo soffre e si chiude in se stesso timoroso di qualsiasi contaminazione esterna.

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De Chirico, Autoritratto

L’ arte ovviamente non può che riflettere questo tumulto, questa incessante trasformazione, questo ineluttabile andare avanti e tornare su se stessi, sulla propria storia, sulla propria tradizione.

In Italia il XX secolo è aperto dal “ Quarto Stato” frutto di un’ elaborazione decennale di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Realtà e Idea si integrano dialetticamente in una rappresentazione che celebra l’ avanzata del Popolo e la lotta per la conquista dei diritti sociali fondamentali. Un’ immagine di denuncia che restituisce una precisa concezione della massa operaia, non più intesa come folla atomizzata ma come gruppo coeso e consapevole della propria identità. La disposizione dei personaggi ricorda il ritmo architettonico e regolare di un tempio, in cui ogni elemento è fondamentale per sorreggere la struttura.

Solo otto anni dopo, nel 1909, Filippo Tommaso Marinetti redige il Manifesto del Futurismo. Velocità, movimento e rifiuto della tradizione sono le parole d’ ordine che prendono vita nella “Città che sale” (1910-1911) di Umberto Boccioni. Gruppi di uomini e cavalli scorrono davanti alle quinte dei palazzi in un turbinio incessante e carico di energia; e proprio la gigantesca forza dei cavalli da traino è trasformata nel simbolo della vitalità e del dinamismo universale. “Palpabili coni di luce, prodotti dalla velocità e dal movimento, creano vortici connaturati alla stessa configurazione fisica dell’ essere vivente, proiettandosi nell’ atmosfera”.

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Boccioni

Non passa molto tempo prima che alcuni intellettuali comincino a guardarsi indietro e a constatare la necessità di riagguantare il passato. Emblematica è la vicenda artistica di Giorgio De Chirico che chiude il ciclo della pittura metafisica per “ritornare al mestiere”, recuperando la grande tradizione e sottolineando il valore “spirituale” insito nella tecnica e nella perizia del disegno come base primaria del dipingere. L’ “Autoritratto” del 1920, con il suo impianto neorinascimentale caratterizzato dal taglio a mezzo busto dei due autoritratti e dalla presenza sul davanzale in primissimo piano di una simbolica natura morta, testimonia la riconciliazione dell’ artista con la tradizione.

Una tela rossa con tre tagli. Un’ opera semplice da realizzare, ma difficile da pensare e concepire. Eppure non si tratta di un gesto casuale, ma di un’ operazione prestabilita attraverso cui Lucio Fontana intende valicare uno dei “limiti” dell’ arte su tela che fino ad allora mai era stato infranto: la bidimensionalità. La superficie viene così valorizzata e acquisisce una profondità reale e non derivata da mere illusioni prospettiche. Oltre la tela si scopre la terza dimensione, si investiga uno spazio fino ad allora sconosciuto in tutte le sue implicazioni espressive, simboliche, tecniche e materiali.

“La memoria del presente. Capolavori dal Novecento Italiano”,ai Musei Civici di Palazzo Mosca di Pesaro intende sviluppare un racconto analogo sugli sviluppi e le contraddizioni della pittura italiana del XX secolo, attraverso opere di grandi artisti come Balla, De Chirico, Lucio Fontana e tanti altri.

 

Andrea Crivellari per 9ArtCorsoComo9

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