L’arte delle elezioni – Shepard Fairey

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Ogni occasione è buona per scomodare Andy Warhol; ma, se si parla dello street-artist Shepard Fairey (noto anche come Obey), non ho neanche bisogno di fumosi pretesti: il PAN, cioè il Palazzo delle Arti di Napoli, ospiterà fino al 28 febbraio sessanta opere di Fairey, nelle stesse sale da cui centottanta lavori di Andy hanno sloggiato lo scorso 20 luglio. Tra i due i collegamenti si sprecano, anche senza vedere le foto in cui Fairey, Shepard Fairey #5 [Shepard Fairey imita gli scatti di  Avedon ad Andy Warhol ]con una parrucca argento e cicatrici finte applicate sul ventre, scimmiotta gli scatti che Richard Avedon aveva dedicato alle ferite rimediate da Warhol nel notorio attentato di cui era stato vittima nel ’68.

Shepard Fairey, fin dalla tenera età di diciannove anni, si è ritagliato un ruolo come “stimolatore di reazioni”: nell’89 aveva punteggiato tutte le superfici della città di Providence (Rhode Island) con sticker che recitavano “Andre the Giant Has a Posse” e – con occhio da etologo – aveva analizzato la crescita di interesse prodotta da quell’evasivo ma accattivante pungolo visivo, su cui troneggiava il volto bitorzoluto del wrestler francese, dotato di basettoni che competevano per iconicità con quelli di Schopenhauer e Lemmy Kilmister. Se c’è una lezione che Warhol ha lasciato al mondo contemporaneo è che l’insistenza (visiva) alla fine ha sempre la meglio, e Fairey ha sfruttato questo lascito per sollevare un polverone di curiosità con una trovata che non aveva la pretesa di fornire alcun riscontro nella realtà.

Ma il lavoro di Fairey ha raggiunto insperati traguardi di viralità quando il poster stilizzato che aveva dedicato a Barack Obama, candidato alle presidenziali del 2008, era diventato il simbolo stesso di una campagna elettorale che lasciava presentire uno sfrigolio di “CHANGE” e un profumo di “HOPE” per l’America che avesse offerto il suo “VOTE” all’ex senatore dell’Illinois. Non uso le maiuscole per puro amor di magniloquenza: esse erano gli slogan che accompagnavano l’effigie quadricroma del candidato, i cui capelli – presto imbiancati dalle pene del potere – erano ancora resi con un blu oltremare.

I parallelismi tra Obama e Kennedy erano all’ordine del giorno e gli Stati Uniti erano ripiombati in una fascinazione per il loro leader che non si vedeva dai tempi della “Camelot” di JFK. E Shepard Fairey, coi suoi poster abusivi e coi suoi sticker, sollecitava la voglia di fiducia dell’elettoratoShepard Fairey #1 [Andre the Giant Has a Posse, 1989] che non veniva rivitalizzata da quarantacinque anni di mentitori seriali (nella percezione generale) come Lyndon Johnson, Nixon, Reagan, Bush Sr., Clinton e Bush Jr.

Le suggestioni visive che Fairey abbinava a Obama l’Incantatore rimandavano all’impatto sintetico ma esaustivo dei colori degli anni in cui l’America si era “vestita di nuovo”; lo stesso “sfavillio usa e getta” cantato dalle serigrafie – appunto – di Andy Warhol, che eternava provvisoriamente ciò che non era fatto per durare. I colori scelti da Fairey erano però più “solidi” di quelli scelti da Warhol nei suoi ritratti folgoranti e cangianti: il rosso e il blu sanno essere calorosi e rassicuranti, attributi che hanno fatto la grandezza dei presidenti più reputati, specialmente quelli canuti e attempati dell’epoca pre-kennediana.

Ma in più i poster predisposti da Fairey ostentano la sempre solleticante promessa del “CHANGE”.

Tornando a Warhol, non si può non ricordare che anche lui si era dedicato all’“arte elettorale”: nel 1972 aveva spianato una passata di verde acido sul faccione nasuto di Nixon, allora in corsa per il rinnovo del mandato, riempiendo lo sfondo della serigrafia con un giallo clownesco che dava al candidato un’aria da orco imbelle. Per completare l’opera, aveva impresso con calligrafia infantile il monito “Vote McGovern” (cioè il rivale di Nixon) sotto il suddetto faccione. Così come Fairey ha spalmato fiducia sull’effigie di Obama, Warhol ha estremizzato la sua logica dello “sfavillio usa e getta” per bruciare il candidato che voleva, appunto, gettare.

 

Andrea Meroni per 9ArtCorsoComo9

 

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