SONY vs Nord Corea: hacker al contrattacco

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La Nord Corea ha negato ma dato la reputazione non propriamente trasparente dello stato asiatico, c’è di che stare all’erta. Succede che un film come The Interview, politicamente scorretto da ogni punto di vista, che narra le vicende di due giornalisti che, pur di ottenere uno scoop, accettano di collaborare con la CIA per l’assassino del dittatore locale, causa uno degli attacchi informatici più mirati e devastanti di sempre – almeno nel settore cinematografico – ai danni di una multinazionale miliardaria come la Sony, rea di aver prodotto il sopracitato film.

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James Franco e Seth Rogen in una scena di The Interview

Gli hacker, che si sono firmati con il fantasioso e superoistico nome di GoP, Guardiani della Pace, hanno abbattuto con apparente facilità le difese della compagnia di produzione, cancellando tutti i dati di tutti i computer di ogni dipendente della Sony, utilizzando un malaware che assomiglia sotto molti aspetti, a quelli utilizzati contro i sistemi informatici della Corea del Sud, storico rivale di quella settentrionale. Inoltre, il linguaggio utilizzato è, appunto, coreano – mentre solitamente, a detta di esperti, si usa russo o inglese. L’attacco è risultato essere particolarmente dannoso perché ha toccato punti sensibili della strategia aziendale della Sony: le prime vittime sono stati i film. Dopo l’attacco sono apparsi online, disponibili a tutti, pellicole di una certa importanza, non ancora rilasciate soprattutto in vista di una release invernale inoltrata: è con l’avvicinarsi di Natale che le major, dopo una pubblicazione in cinema selezionati, o presso i maggiori festival, danno il via libera per un’uscita nazionale, riscuotendo punti essenziali per aggiudicarsi almeno un Oscar, dando il via alle cosiddette campagne for your consideration che si concludono ai primi di febbraio, in concomitanza con la chiusura dei voti da parte dei membri dell’Academy. In particolar modo, è stato Still Alice di Richard Glatzer a soffrire maggiormente, soprattutto perché la sua protagonista, Julianne Moore, è in odore di Oscar sin da settembre. Ma anche il remake del film Annie, con Jamie Foxx, Cameron Diaz e la rivelazione dello scorso anno, Quvenzhané Wallis, e Fury con Brad Pitt. Ma GoP non si è limitato a questo: rifacendosi ad una missione che ricorda gli obbiettivi di Anonymous, cioè colpire una multinazionale che combatte contro l’uguaglianza per tutti, gli hacker hanno esposto i superstipendi dei top manager della Sony (si parla di cifre da capogiro dell’ordine di 3 milioni di dollari all’anno), i salari delle star di The Interview James Franco e Seth Rogen (in media 7 milione di dollari) e i numeri di previdenza sociale di attori e registi legati all’azienda da contratti vari. Apparentemente, un misterioso membro di GoP che si firma Lena, ha dichiarato che l’attacco è riuscito anche grazie alla collaborazione con i membri dello staff interno della Sony, scontenti della politica perpetrata dalla major.

Se il coinvolgimento della Nord Corea, che, pur negando ogni coinvolgimento ufficiale, ha però affermato che gli autori  potrebbe essere stati simpatizzanti del regime di Kim Jong-un, fosse in qualche modo confermato, si tratterebbe di una vera e propria pietra miliare del cinema: è il momento in cui un film, di stampo prettamente comico, è riuscito a punzecchiare una dittatura avvolta nel mistero, scatenando veri e propri atti terroristici nei confronti della divisione cinematografica hollywoodiana della Sony, che tuttavia, e vale la pena ricordarlo, ha la sua sede centrale a Tokyo, in Giappone, uno Stato che storicamente ha avuto forti contrasti con la Corea per dispute territoriali e antichi rancori.

È difficile predire come si concluderà la questione ma se ci fosse bisogno di un’ulteriore conferma, il cinema, pur per ragioni economiche e ruffiane, si dimostra essere un potente strumento di denuncia – esattamente come dovrebbe essere qualsiasi mezzo di informazione.

Giulio Scollo per 9ArtCorsoComo9

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