Woody Allen, un uomo e le sue fissazioni

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Oggi Woody Allen compie settantanove anni. Due cose mi impediscono di trasformare questo articolo in un’elegia del cinema alleniano: la carriera intermittente, segnata da uno sbalordente declino nella qualità delle sue ultime opere, e gli scandali sessuali che lo hanno coinvolto. Sui primi ci sarà modo di parlarne poco più avanti, ma i secondi è meglio toglierceli di torno il prima possibile, affinché si riesca a parlare in totale onestà di colui che, a prescindere dalla sua vita privata, si è dimostrato essere un vero e proprio maestro del cinema.

Sinteticamente, e con la consapevolezza che i pettegolezzi non costituiscono prove incriminanti, ecco come si sono svolte le cose: Mia Farrow, protagonista di molte delle opere di Allen, trovò delle foto compromettenti della figlia, allora appena maggiorenne, Soon Yi-Previn, adottata in precedenza insieme all’ex marito Andre Previn. La scoperta della relazione con il marito Woody Allen, spinse la Farrow a rompere ogni contatto con lui, dando vita ad una delle battaglie legali più pubbliche della storia di Hollywood: le udienze di tribunale coinvolsero non solo Allen e la Farrow ma anche i figli, Dylan – che accusò il padre di molestie – Moses e Ronan, oltre ovviamente a Soon Yi-Previn che, poco dopo, divenne la moglie del regista. Lo scandalo, che assunse grottesche sfumature e che, paradossalmente, sarebbe stato perfetto per il soggetto di un film smaccatamente alleniano, ha sì travolto il regista ma, in mancanza di prove certe che non fossero accuse dalle colonne dei giornali, o di una sentenza che lo riconoscesse colpevole di abusi sessuali sulle figlie, non ha mai realmente intaccato la sua fama e la sua capacità di trascinare in sala il pubblico. Ad oggi nessuno conosce la verità ma Hollywood sembrerebbe aver preso le parti di Allen: le collaborazioni con attori e attrici famosi non si sono fermate né tantomeno gli studios, o gli Academy, hanno rifiutato al regista newyorchese soldi o riconoscimenti artistici.

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Woody Allen e Diane Keaton in Io e Annie

Si può sindacare molto sul Woody privato, che in realtà in pochi conoscono realmente, al di là della passione per i giochi di magia e per il clarinetto, ma su quello pubblico, quello che siede dietro la macchina da presa, quello che scrive nelle stanze degli sceneggiatori, ci sono fatti e prove concrete su cui è possibile tarare un giudizio critico: Allen è stato è un regista, sceneggiatore e attore fra i più bravi e competenti del cinema contemporaneo. Il suo periodo d’oro, che va dall’esordio Ciao Pussycat (1965) a Accordi e disaccordi (1999), è un fulgido esempio di cinematografia acuta e consapevole: è questo il periodo dei grandi classici, della penna d’autore. È questo il periodo dell’ode d’amore a New York, sua città di nascita e sua città prediletta, con le sue perenni, malinconiche atmosfere senza tempo, che tanto svolgono in Io e Annie (1977) e in Manhattan (1979). Sono questi gli anni di Hannah e le sue sorelle (1986), di Pallottole su Broadway (1994), de La dea dell’amore (1995): ci sono stati altri film, ma questi tre sono quelli che raccontano meglio l’essenza della visione alleniana. Una visione profondamente ironica, uno studio, a volte molto cinico e molto sarcastico, delle nevrosi umane: sulle sue idiosincrasie, e sull’approfondimento psicologico della volubile natura umana, Allen ci ha costruito una filmografia sterminata ma tutt’altro che ripetitiva, coniugando ai toni leggeri, ma molto intellettualoidi, della commedia cerebrale, una riflessione perenne sull’esperienza universale che è la vita.

Poi dev’essere successo qualcosa: perché gli ultimi film di Woody Allen sembrano scritti da qualcun altro. Hanno l’odore stantio di chi si è adagiato sugli allori della consacrazione, del successo automatico ai botteghini (stranamente -?- siamo proprio noi italiani a riservare ad Allen lodi perenni e acritiche e tanto successo di pubblico) e sono caratterizzati da una penna stanca, che sembra procedere con il pilota automatico, piuttosto che con la consapevolezza delle proprie, effettive e rodate possibilità. Mi sto riferendo a Scoop (2006), Sogni e delitti (2007), Basta che funzioni (2009), Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni (2010) e il terribile To Rome with love (2012) che offre un disservizio incredibile al nostro Paese, cuocendo stereotipi senza fine e una sceneggiatura che non sa di nulla. È però vero che, in mezzo a queste pellicole tribolate, qualcosa che ricorda il vecchio Woody c’è: Match Point (2005), un’inaspettata virata thriller, Vicky Cristina Barcelona (2008), l’affresco su ossessioni e sesso, Midnight in Paris (2011), ovvero, la passeggiata onirica e un po’ favoleggiante di un uomo alla ricerca di se stesso, e lo splendido Blue Jasmine (2013) dove una monumentale Cate Blanchett è riuscita ad attirare su di se gran parte dei riflettori che, normalmente, sarebbero stati puntati sulla sceneggiatura o sulla regia di Allen.

Essere un fan di Woody Allen, conoscendolo realmente e superando l’incanto di un regista che in fin dei conti è diventato leggenda, è difficile: c’è da sopportare tanto per ricevere poco, vivendo spesso nel ricordo dei vecchi fasti. È un continuo viaggio su montagne russe chilometriche, fatte di tanti alti e di bassi abissali; la prossima curva da affrontare è Magic in the moonlight. A Natale, periodo di uscita del film, sapremo se si tratterà dell’ennesimo disastro o se un ritorni ai vecchi fasti.

Giulio Scollo per 9ArtCorsoComo9

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