L’Aids, il cancro dei gay del 1981: “The normal heart”

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Oggi è il primo dicembre, giornata mondiale in favore della lotta all’Aids. E io voglio parlarvi di un film.

“Non è vero che gli uomini non sanno amare, è che hanno imparato a non farlo”. [“The normal heart, 2014, Ryan Murphy].

Ho scelto proprio di parlare di “The normal heart”, un film recentissimo, girato appena un anno fa. Il cast è strabiliante: Mark Ruffalo, Julia Roberts, Jim Parsons, Matt Bomer e tanti altri. Cercavo di capire se dietro questa storia dolorosa ci fosse sincerità e intelligenza o invece il patetico tentativo di speculare sul dolore con l’ennesimo film sull’Aids. Sono giunto a una conclusione e voglio condividerla con voi.

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Affrontare l’Aids non è per niente facile. Non lo era nel 1993, anno di uscita del meraviglioso “Philadelphia” di Jonathan Demme, e non lo è oggi. “The normal heart” racconta un tema scottante e sottovalutato a quei tempi. Racconta l’America puritana degli inizi degli anni ’80. Racconta l’impegno di alcuni attivisti di New York per portare l’attenzione sul tema. La storia è utile per capire il clima di ignoranza e repressione sociale di quegli anni. È la denuncia di un sistema che ha fatto lo struzzo per troppo tempo. Perché rifiutarsi di capire e affrontare un problema che avrebbe poi toccato tutti, ma che da subito fu bollato come “cancro dei gay”? Il New York Times dell’epoca recitava così: “Raro cancro osservato in 41 omosessuali”. Il film è nudo, crudo, vero e non risparmia nulla, né l’ignoranza e l’egoismo dei politici né l’indifferenza della gente. È emblematica la scena in cui il compagno di uno dei personaggi, che muore appena arrivato in ospedale, viene avvolto in un sacco dell’immondizia dai medici per evitare ogni forma di contagio. Spetterà alla madre e al compagno del ragazzo caricare il corpo in auto.

Vorrei che tutti vedessero questo film per capire che l’Aids è esistito e esiste ancora. Per capire che abbiamo commesso un errore, che l’uomo condanna sempre se stesso, che abbiamo sottovalutato una piaga incalcolabile della nostra società ma anche che non possiamo più permetterci di farlo.

Il silenzio di chi avrebbe dovuto gridare e battersi per una giusta causa mi ha ucciso dentro. La paura per un’epidemia appena esplosa si confondeva con il rifiuto di affidarsi alla ricerca medica: una straordinaria Julia Roberts veste i panni del medico che per primo iniziò a battersi affinché medicina e America intervenissero e finanziassero la ricerca.

Nello specifico, poi, molti omosessuali vivevano nel silenzio a quei tempi, con la paura di esprimere liberamente i propri sentimenti. Era quindi molto più facile “far finta di”, far finta che un male prima o poi sarebbe passato, far finta che l’amore fatto con chi si amava non ci avrebbe ucciso.

In quegli anni, dal 1981 al 1985, anno in cui è stato riconosciuto l’Aids, è morta un’intera generazione. E se l’America non avesse taciuto per quasi quattro anni e avesse ascoltato chi in quegli anni si batteva con coraggio e intelligenza, magari si sarebbe evitato di guardare un malato di Aids come si faceva con gli appestati. Magari avrebbe avuto senso combattere per chi si ama e anche per la libertà di farlo. Magari, ad oggi, non conteremmo più di 36 milioni di morti per Aids.

Yuri Benaglio per 9ArtCorsoComo9

 

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