Oggetti parlanti al Pirellone

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Spazi vuoti, pochi colori, mobili semplici e lineari, stanze senza decorazioni: estetica minimal, ahimè un po’ anonima, quella che ci vendono come arredamenti chic nei giganteschi magazzini di multinazionali nordiche. Mobili costruiti in serie, pensati per piacere in tutto il mondo, creati per comporre una casa in modo economico ed elegante seguendo le tendenze del design mondiale. Ma la propagazione di questo modello può comportare un rischio non da poco: i mobili che offrono, e per estensioni le case che essi vanno a decorare sono – in certi aspetti – vuoti di significato, innanzitutto perché la filosofia dietro è quella dell’usa e getta. Nella storia dei popoli, sin dal sedentarismo ma anche prima, gli oggetti quotidiani lontani dall’essere soltanto utensili, si presentano come finestre sul modo di vivere dei tempi passati. Essi sono tracce che evidenziano come si concepiva lo spazio, quale fossero le priorità dell’epoca, cosa si considerava bello, quali erano i mestieri artistici.

1. Antrhopos

Da alcuni anni a questa parte le nuove generazione si sono talmente abituate alla sovrabbondanza di oggetti e alla possibilità di comprarli per pochi soldi che essi hanno perso valore. Fuggiamo dalla sezione di oggettistica dei musei perché un vaso della dinastia Ming, un cucchiaio greco o un tappetto di Mesopotamia non ci dicono nulla. Nonostante questo, anche se spesso viene dimenticato, è stato possibile costruire la storia proprio grazie a quegli oggetti “insignificanti” e al lavoro di archeologi e antropologi che hanno dato un significato a ogni dettaglio inciso in un cofanetto mudéjar. Ogni figura in un totem africano e ogni adorno in una credenza germana. Ecco perché grazie agli oggetti possiamo viaggiare a secoli lontani, gli oggetti raccontano storie che vanno oltre la morte fisica dei personaggi. Ecco perché i nostri oggetti moderni e anonimi sono un rischio per noi stessi.

A proposito di questo il Grattacielo Pirelli di Milano ospita una mostra con 26 manufatti che riflettono sulla diversità oggettistica intercontinentale nella storia. Le opere sono state date in prestito dal Dipartimento di Etnologia dei Musei Vaticani, che contengono più di 100mila lavori di questo tipo. Il titolo della mostra, Anthropos: tempo e spazio si incontrano a Milano, vuole riflettere – nel parco degli eventi inquadrati per promuovere l’Expo del 2015 – sull’importanza di avvicinarsi e riconoscere culture diverse come modo indispensabile per frantumare le barriere che dividono i popoli. Fra alcuni dei tesori esposti si trova il primo strumento di cucina proveniente dal Sud Africa, un set di pic nic giapponese del XVII secolo, un’armatura Samurai e una maschera rituale inuit.

Tutti questi oggetti parlano delle persone che li hanno utilizzati, raccontano le storie di popoli sepolti nel tempo ma riportati a noi proprio grazie a loro. Questo tipo di mostre ci fanno interrogare anche sul nostro rapporto con gli oggetti, le conseguenze della cultura dell’usa e getta e il modo nel quale vogliamo conservare le nostre tradizioni. Perché alcune volte il divano rococò e l’armadio in legno massiccio ereditati dalla nonna, anche se non sono minimal chic, raccontano più di noi di quanto possiamo immaginare.

Aura Parra per 9ArtCorsoComo9

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